Orientamenti

 

Orientamenti

di Julius Evola

Le idee esposte in questi «Orientamenti», pubblicati già nel 1950 a cura del gruppo della rivista «Imperium», sono state riprese e adeguatamente sviluppate in successivi miei libri, soprattutto in «Gli Uomini e le Rovine». Dato però che l’opuscolo viene tuttora cercato, al punto che vi è chi di propria iniziativa, senza esserne comunque autorizzato, lo ha ristampato, e dato che esso può offrire una rapida sintesi provvisoria di alcuni punti essenziali e generali, ho acconsentito a questa sua nuova edizione, il testo della quale è stato da me riveduto in qualche punto.

1. È inutile crearsi illusioni con le chimere di un qualsiasi ottimismo: noi oggi ci troviamo alla fine di un ciclo. Già da secoli, prima insensibilmente, poi col moto di una massa che frana, processi molteplici hanno distrutto in Occidente ogni ordinamento normale e legittimo degli uomini, hanno falsato ogni più alta concezione del vivere, dell’agire, del conoscere e del combattere. E il moto di questa caduta, la sua velocità, la sua vertigine è stata chiamata «progresso». E al «progresso» furono innalzati inni e ci si illuse che questa civiltà – civiltà di materia e di macchine – fosse la civiltà per eccellenza, quella a cui tutta la storia del mondo era preordinata: finché le conseguenze ultime di tutto questo processo furono tali da imporre, in alcuni, un risveglio.

Dove, e sotto quali simboli cercarono di organizzarsi le forze per una possibile resistenza, è noto. Da un lato, una nazione che, da quando era divenuta una, non aveva conosciuto che il clima mediocre del liberalismo, della democrazia e della monarchia costituzionale, osò riprendere il simbolo di Roma come base per una nuova concezione politica e per un nuovo ideale di virilità e di dignità. Forze analoghe si svegliarono nella nazione, che, essa stessa, nel Medioevo aveva fatto suo il simbolo romano dell’Imperium, per riaffermare il principio di autorità e il primato di quei valori, che nel sangue, nella razza, nelle forze più profonde di una stirpe hanno la loro radice. E mentre in altre nazioni europee dei gruppi si orientavano già nello stesso senso, una terza forza si aggiungeva allo schieramento nel continente asiatico, la nazione dei samurai, nella quale l’adozione delle forme esteriori della civilizzazione moderna non aveva pregiudicato la fedeltà ad una tradizione guerriera incentrata nel simbolo dell’Impero solare di diritto divino.

Non si pretende che in queste correnti fosse ben netta la distinzione fra l’essenziale e l’accessorio, che in esse alle idee facesse da controparte una adeguata persuasione e qualificazione delle persone, che vi fossero state superate influenze varie risententi delle forze stesse che si dovevano combattere. Il processo di purificazione ideologica avrebbe potuto aver luogo in un secondo tempo, risolti che fossero alcuni problemi politici immediati e improrogabili. Ma anche così era chiaro che stava prendendo forma uno schieramento di forze, rappresentante una sfida aperta alla civiltà «moderna»: sia a quella delle democrazie eredi della Rivoluzione francese, sia all’altra, rappresentante il limite estremo della degradazione dell’uomo occidentale: la civiltà collettivistica del Quarto Stato, la civiltà comunista dell’uomo-massa senza volto. I ritmi si accelerarono, le tensioni si accrebbero fino all’urto armato delle forze. Ciò che prevalse fu il potere massiccio di una coalizione che non indietreggiò dinanzi alla più ibrida delle intese e alla più ipocrita mobilitazione ideologica pur di schiacciare il mondo che stava rialzandosi e che intendeva affermare il suo diritto. Se i nostri uomini furono o no all’altezza del compito, se errori furono commessi in fatto di tempestività, di completa preparazione, di misura del rischio, ciò sia lasciato da parte, ciò non è cosa che pregiudica il significato interno della lotta che fu combattuta. Del pari, a noi non interessa che oggi la storia si vendichi sui vincitori, che le potenze democratiche, dopo essersi coalizzate con le forze della sovversione rossa pur di condurre la guerra sino all’estremismo insensato della resa incondizionata e della distruzione totale, oggi vedano ritorcersi contro di loro gli alleati di ieri come un pericolo ben più temibile di quello che volevano scongiurare.

Ciò che solo conta è questo: noi oggi ci troviamo in mezzo ad un mondo di rovine. E il problema da porsi è: esistono ancora uomini in piedi in mezzo a queste rovine? E che cosa debbono, che cosa possono essi ancora fare?

2. Un tale problema va invero di là dagli schieramenti di ieri, essendo chiaro che vincitori e vinti si trovano ormai su di uno stesso piano e che l’unico risultato della seconda guerra mondiale è stato il ridurre l’Europa ad oggetto di potenze e di interessi extraeuropei. Devesi riconoscere poi che la devastazione che abbiamo d’intorno è di carattere soprattutto morale. Si è in un clima di generale anestesia morale, di profondo disorientamento, malgrado tutte le parole d’ordine in uso in una società dei consumi e della democrazia: il cedimento del carattere e di ogni vera dignità, il marasma ideologico, la prevalenza dei più bassi interessi, il vivere alla giornata, stanno a caratterizzare, in genere, l’uomo del dopoguerra. Riconoscere questo, significa anche riconoscere che il problema primo, base di ogni altro, è di carattere interno: rialzarsi, risorgere interiormente, darsi una forma, creare in sé stessi un ordine e una drittura. Nulla ha imparato dalle lezioni del recente passato chi si illude, oggi, circa le possibilità di una lotta puramente politica e circa il potere dell’una o dell’altra formula o sistema, cui non faccia da precisa controparte una nuova qualità umana. Ecco un principio che oggi quanto mai dovrebbe aver evidenza assoluta: se uno Stato possedesse un sistema politico o sociale che, in teoria, valesse come il più perfetto, ma la sostanza umana fosse tarata, ebbene, quello Stato scenderebbe prima o poi al livello delle società più basse, mentre un popolo, una razza capace di produrre uomini veri, uomini dal giusto sentire e dal sicuro istinto, raggiungerebbe un alto livello di civiltà e si terrebbe in piedi di fronte alle prove più calamitose anche se il suo sistema politico fosse manchevole e imperfetto. Si prenda dunque precisa posizione contro quel falso «realismo politico», che pensa solo in termini di programmi di problemi organizzatori partitici, di ricette sociali ed economiche. Tutto questo appartiene al contingente, non all’essenziale. La misura di ciò che può esser ancora salvato dipende invece dall’esistenza, o meno, di uomini che ci siano dinanzi non per predicare formule, ma per essere esempi, non andando incontro alla demagogia e al materialismo delle masse, ma per ridestare forme diverse di sensibilità e di interesse. Partendo da ciò che può ancora sussistere fra le rovine, ricostruire lentamente un uomo nuovo da animare mediante un determinato spirito e una adeguata visione della vita, da fortificare mediante l’aderenza ferrea a dati princìpi – ecco il vero problema.

3. Come spirito, esiste qualcosa che può servire già da traccia alle forze della resistenza e del risollevamento: è lo spirito legionario. È l’abitudine di chi seppe scegliere la vita più dura, di chi seppe combattere anche sapendo che la battaglia era materialmente perduta, di chi seppe convalidare le parole dell’antica saga: «Fedeltà è più forte del fuoco» ed attraverso cui si affermò l’idea tradizionale, che è il senso dell’onore o dell’onta, – non piccole misure tratte da piccole morali – ciò che crea una differenza sostanziale, esistenziale fra gli esseri, quasi come fra una razza e un’altra razza.

D’altra parte, vi è la realizzazione propria a coloro in cui ciò che era fine apparve ormai come mezzo, in essi il riconoscimento del carattere illusorio di miti molteplici lasciando intatto ciò che seppero conseguire per se stessi, sulle frontiere fra vita e morte, al di là del mondo della contingenza.

Queste forme dello spirito possono essere le basi di una nuova unità. L’essenziale è di assumerle, di applicarle e di estenderle dal tempo di guerra al tempo di pace, di questa pace soprattutto, che è solo una battuta di arresto e un disordine malamente contenuto – a che si determini una discriminazione e un nuovo schieramento. Ciò deve avvenire in termini assai più essenziali di quel che non sia un «partito», il quale può essere solo uno strumento contingente in vista di date lotte politiche; in termini più essenziali perfino che non come un semplice «movimento», se per «movimento» s’intende solo un fenomeno di masse e di aggregazione, un fenomeno quantitativo più che qualitativo, basato più su fattori emotivi che non di severa, chiara aderenza ad una idea. È piuttosto una rivoluzione silenziosa, procedente in profondità, che si deve propiziare, a che siano create prima all’interno e nel singolo le premesse di quell’ordine, che poi dovrà affermarsi anche all’esterno, soppiantando fulmineamente, nel momento giusto, le forme e le forze di un mondo di sovversione. Lo «stile» che deve guadagnare risalto è quello di chi si tiene sulle posizioni in fedeltà a se stesso e ad un’idea, in una raccolta intensità, in una repulsione per ogni compromesso, in un impegno totale che si deve manifestare non solo nella lotta politica, ma anche in ogni espressione dell’esistenza: nelle fabbriche, nei laboratori, nelle università, nelle strade, nella stessa vita personale degli affetti. Si deve giungere al punto, che il tipo, di cui parliamo, e che deve esser la sostanza cellulare del nostro schieramento, sia ben riconoscibile, inconfondibile, differenziato, e possa dirsi: «È uno che agisce come un uomo del movimento».

Questa, che fu già la consegna delle forze che sognarono, per l’Europa, un ordine nuovo, ma che nella sua realizzazione spesso fu impedita e deviata da fattori molteplici, oggi va ripresa. E oggi, in fondo, le condizioni sono migliori, perché non esistono equivoci e basta guardare d’intorno, dalla piazza fino al Parlamento, perché le vocazioni siano messe alla prova e si abbia, netta, la misura di ciò che noi non dobbiamo essere. Di fronte ad un mondo di poltiglia il cui principio è: «Chi te lo fa fare», oppure: «Prima viene lo stomaco, la pelle (la malapartiana “pelle”!) e poi la morale» o ancora: «Questi non sono tempi in cui ci si possa permettere il lusso di avere un carattere», o infine: «Ho famiglia», si sappia opporre un chiaro e fermo: «Noi non possiamo fare altrimenti, questa è la nostra via, questo il nostro essere». Ciò che di positivo potrà essere raggiunto oggi o domani, non lo sarà attraverso le abilità di agitatori e di politicanti, bensì attraverso il naturale prestigio e il riconoscimento di uomini sia di ieri, sia, ed ancor più, della generazione nuova, che di tanto siano capaci e in ciò diano garanzia per la loro idea.

4. È dunque una sostanza nuova che deve farsi largo in una lenta avanzata di là dai quadri, dai ranghi e dalle posizioni sociali del passato. È una figura nuova che bisogna aver dinanzi agli occhi, per misurarvi la propria forza e la propria vocazione. Importante, fondamentale, è riconoscere appunto che questa figura non ha a che fare con le classi, come categorie economiche, e con gli antagonismi ad esse relativi. Essa potrà manifestarsi nella veste del ricco come del povero, del lavoratore come dell’aristocratico, dell’imprenditore come dell’esploratore, del tecnico, del teologo, dell’agricoltore, dell’uomo politico in senso stretto. Ma questa sostanza nuova conoscerà una differenziazione interna, la quale sarà perfetta quando, di nuovo, non vi sarà dubbio circa le vocazioni e le funzioni del seguire e del comandare, quando un ripristinato simbolo di inconcussa autorità troneggerà al centro di nuove strutture gerarchiche.

Ciò definisce una direzione da dirsi tanto antiborghese quanto antiproletaria, una direzione sciolta del tutto dalle contaminazioni democratiche e dalle fisime «sociali», perché conducente verso un mondo chiaro, virile, articolato, fatto di uomini e di guide di uomini. Disprezzo per il mito borghese della «sicurezza», della piccola vita standardizzata, conformistica, addomesticata e «moralizzata». Disprezzo per il vincolo anodino proprio ad ogni sistema collettivistico e meccanicistico e a tutte le ideologie che accordano a confusi valori «sociali» il primato su quelli eroici e spirituali coi quali deve definirsi, per noi, in ogni dominio, il tipo dell’uomo vero, della persona assoluta. E qualcosa di essenziale sarà conseguito quando si ridesterà l’amore per uno stile di impersonalità attiva, per cui quel che conta sia l’opera e non l’individuo, per cui si sia capaci di non considerare se stessi come qualcosa d’importante, importante essendo invece la funzione, la responsabilità, il compito assunto, il fine perseguito. Là dove questo spirito si affermi, si semplificheranno molti problemi d’ordine anche economico e sociale, i quali resterebbero invece insolubili se affrontati dall’esterno, senza la controparte di un mutamento di fattori spirituali e senza l’eliminazione di infezioni ideologiche che già in partenza pregiudicano ogni ritorno alla normalità, anzi la percezione stessa di ciò che normalità significhi.

5. Non solo come orientamento dottrinale, ma anche riguardo al mondo dell’azione è poi importante, che gli uomini del nuovo schieramento riconoscano con esattezza la concatenazione delle cause e degli effetti e la continuità essenziale della corrente che ha dato vita alle varie forme politiche oggi in giostra nel caos dei partiti. Liberalismo, poi democrazia, poi socialismo, poi radicalismo, infine comunismo e bolscevismo non sono apparsi storicamente che come gradi di uno stesso male, che come stadi che prepararono ognuno quello successivo nel complesso di un processo di caduta. E l’inizio di questo processo sta nel punto in cui l’uomo occidentale spezzò i vincoli con la tradizione, disconobbe ogni superiore simbolo di autorità e di sovranità, rivendicò per se stesso come individuo una libertà vana ed illusoria, divenne atomo invece che parte consapevole nell’unità organica e gerarchica di un tutto. E l’atomo, alla fine, doveva trovare di contro a sé la massa degli altri atomi, degli altri individui, ed essere coinvolto nell’emergenza del regno della quantità, del puro numero, delle masse materializzate e non aventi altro Dio fuor dell’economia sovrana. In questo processo non ci si arresta a metà strada. Senza la Rivoluzione Francese e il liberalismo non vi sarebbero stati il costituzionalismo e la democrazia, senza la democrazia non vi sarebbe stato il socialismo e il nazionalismo demagogico, senza la preparazione del socialismo non vi sarebbero stati radicalismo ed infine comunismo. Il fatto che queste varie forme oggi si presentino spesso le une a lato delle altre o in antagonismo, non deve impedire di riconoscere, ad un occhio che davvero vede, che esse si tengono insieme, si concatenano, si condizionano a vicenda ed esprimono solo i gradi diversi di una stessa corrente, di una stessa sovversione di ogni ordinamento sociale normale e legittimo. Così la grande illusione dei nostri giorni è che democrazia e liberalismo siano l’antitesi del comunismo ed abbiano il potere di arginare la marea delle forze dal basso, di quel che nel gergo dei sindacati si chiama il movimento «progressista». Illusione: come chi dicesse che il crepuscolo sia l’antitesi della notte, che il grado incipiente di un male sia l’antitesi della forma acuta ed endemica di esso, che un veleno diluito sia l’antidoto dello stesso veleno allo stato puro e concentrato. Gli uomini al governo di questa Italia «liberata» nulla hanno imparato dalla storia più recente, le cui lezioni si sono ripetute dappertutto sino alla monotonia, e continuano il loro giuoco commovente con concezioni politiche scadute ed inani nel carnevale parlamentare, quasi danza macabra su di un latente vulcano. Ma a noi deve essere invece proprio il coraggio del radicalismo, il no detto alla decadenza politica in tutte le sue forme, sia di sinistra, sia di una presunta destra. E, soprattutto, si deve essere consapevoli di ciò: che con la sovversione non si patteggia, che fare concessioni oggi significa condannarsi ad esser del tutto travolti domani. Intransigenza dell’idea, dunque, e prontezza nel farsi avanti con forze pure, quando il momento giusto sia giunto.

Ciò implica naturalmente anche lo sbarazzarsi dalla distorsione ideologica, purtroppo diffusa anche in una parte della gioventù, per via della quale si concedono degli alibi per le distruzioni già avvenute, illudendosi col pensare che esse, dopo tutto, erano necessarie e serviranno al «progresso»; che si debba combattere per qualcosa di «nuovo», riposto in un determinato avvenire, invece che per verità che noi già possediamo perché esse, sia pure in forme varie di applicazione, sempre ed ovunque hanno fatto da base ad ogni tipo retto di organizzazione sociale e politica. Si respingano queste fisime. E si rida a chi vi accusi di esser «antistorici» e «reazionari». Non esiste la Storia, entità misteriosa scritta con la lettera maiuscola. Sono gli uomini, finché essi sono davvero uomini, che fanno e disfanno la storia; il cosiddetto «storicismo» è più o meno la stessa cosa di quel che negli ambienti di sinistra si chiama il «progressismo» ed esso una sola cosa vuole, oggi: fomentare la passività rispetto alla corrente che s’ingrossa e che porta sempre più giù. E, quanto al «reazionarismo», chiedete: Voi dunque vorreste che mentre voi agite, distruggendo e profanando, noi non si «reagisca», ma si stia a guardare, anzi vi si dica: bravi, continuate? Non siamo «reazionari» solo perché la parola non è abbastanza forte e soprattutto perché, noi, partiamo dal positivo, rappresentiamo il positivo, valori reali ed originari, non bisognosi della luce di alcun «sol dell’avvenire».

Di fronte al nostro radicalismo, in particolare, appare irrilevante l’antitesi fra «Oriente» rosso ed «Occidente» democratico, e però tragicamente irrilevante ci appare anche un eventuale conflitto armato fra questi due blocchi. A guardar solo all’immediato, sussiste di certo la scelta del male minore perché la vittoria militare dell’«Oriente» implicherebbe la distruzione fisica immediata degli ultimi esponenti della resistenza. Ma in sede di idea, Russia e Nord-America sono da considerarsi come due branche di una stessa tenaglia in via di stringersi definitivamente intorno all’Europa. In due forme diverse ma convergenti agisce in esse una stessa forza, estranea e nemica. Le forme di standardizzazione, di conformismo, di livellamento democratico, di frenesia produttiva, di più o meno prepotente ed esplicito brains trust, di materialismo spicciolo nell’americanismo possono solo servire a spianare la strada per la fase ulteriore, che è rappresentata, sulla stessa direzione, dall’ideale comunista dell’uomo-massa. Il carattere distintivo dell’americanismo è che l’attacco contro la qualità e la personalità non vi si realizza attraverso la bruta coercizione di una dittatura marxista e di un pensiero di Stato, ma è quasi spontaneamente, lungo le vie di una civiltà non conoscente ideali più alti di ricchezza, consumo, rendimento, produzione senza freno, quindi per una esasperazione ed una riduzione all’assurdo di ciò che la stessa Europa elesse, – che gli stessi motivi vi hanno preso forma o ve la stanno prendendo. Ma primitivismo, meccanicismo e brutalità stanno tanto dall’una che dall’altra parte. In un certo senso, l’americanismo per noi è più pericoloso del comunismo: per il suo essere una specie di cavallo di tr**a. Quando l’attacco contro i valori residui della tradizione europea si effettua nella forma diretta e nuda propria all’ideologia bolscevica e allo stalinismo, delle reazioni ancora si ridestano, certe linee di resistenza, seppure labili, possono essere mantenute. Diversamente stanno le cose quando lo stesso male agisce in modo più sottile e le trasformazioni avvengono insensibilmente sul piano del costume e della visione generale della vita, come ne è il caso per l’americanismo. Subendo a cuor leggero l’influenza di questo, nel segno della democrazia, l’Europa si predispone già all’ultima abdicazione, tanto che potrà perfino accadere che non vi sia nemmeno bisogno di una catastrofe militare, ma che per via «progressiva» si giunga, dopo un’ultima crisi sociale, più o meno allo stesso punto. Di nuovo, a metà strada non ci si arresta. L’americanismo, volendolo o no, lavora per l’apparente suo nemico, per il collettivismo.

6. Non senza relazione a ciò il nostro radicalismo della ricostruzione esige che non si transiga non solo con ogni varietà dell’ideologia marxista o socialista, ma altresì con ciò che in genere si può chiamare l’allucinazione o la demonia dell’economia. Si tratta, qui, dell’idea che nella vita sia individuale, sia collettiva, il fattore economico sia quello importante, reale, decisivo; che la concentrazione di ogni valore ed interesse sul piano economico e produttivo non sia l’aberrazione senza precedenti dell’uomo occidentale moderno, bensì qualcosa di normale, non una eventuale bruta necessità, ma qualcosa che va voluto ed esaltato. In questo circolo chiuso e buio restano chiusi sia capitalismo che marxismo. Questo circolo noi dobbiamo infrangerlo. Finché non si sa parlare che di classi economiche, di lavoro, di salari, di produzione, finché ci si illude che il vero progresso umano, la vera elevazione del singolo sia condizionato da un particolare sistema di distribuzione della ricchezza e dei beni ed abbia dunque a che fare con l’indigenza o l’agiatezza, con lo stato della prosperity USA oppure con quello del socialismo utopico, si resta sempre sullo stesso piano di ciò che va combattuto. Questo noi dobbiamo affermare: che tutto ciò va combattuto. Questo noi dobbiamo affermare che tutto ciò che è economia ed interesse economico come mero soddisfacimento di bisogni fisici ha avuto, ha e sempre avrà una funzione subordinata in una umanità normale; che di là da questa sfera deve differenziarsi un ordine di valori superiori, politici, spirituali ed eroici, un ordine che – come già dicemmo – non conosce, e nemmeno ammette, «proletari» o «capitalisti», e solo in funzione del quale debbono definirsi le cose per le quali vale vivere e morire, deve stabilirsi una gerarchia vera, debbono differenziarsi nuove dignità e, al vertice, deve troneggiare una superiore funzione di comando, di Imperium.

Così, a tale riguardo, vanno sradicate molte male erbe che hanno attecchito qua e là, talvolta perfino nel nostro campo. Che cosa è, infatti, questo parlare di «Stato del lavoro», di «socialismo nazionale», di «umanismo del lavoro» e simili? Che sono queste istanze più o meno dichiarate per una involuzione della politica nell’economia, quasi in una ripresa di quelle tendenze problematiche verso un «corporativismo integrale» e, in fondo, acefalo, che nel fascismo già trovarono, fortunatamente, la via sbarrata? Che cosa è questo considerare la formula della «socializzazione» come una specie di farmaco universale e questo elevare l’«idea sociale» a simbolo di una civiltà nuova che, chi sa come, dovrebbe essere di là sia da «Oriente» che da «Occidente»?

Questi – bisogna riconoscerlo – sono i lati d’ombra presenti in non pochi spiriti, che pure, per altri riguardi, si trovano sul nostro stesso fronte. Con ciò essi pensano di esser fedeli ad una consegna «rivoluzionaria», mentre obbediscono solo a suggestioni più forti di loro di cui è saturo un ambiente politico degradato. E fra tali suggestioni rientra la stessa «questione sociale». Quando ci si renderà finalmente conto della verità, e cioè che il marxismo non è sorto perché è esistita una questione sociale reale, ma la questione sociale sorge – in infiniti casi – solo perché esiste un marxismo, vale a dire artificialmente, e però in termini quasi sempre insolubili, ad opera di agitatori, dei famosi «ridestatori della coscienza di classe», su cui Lenin si è espresso molto chiaramente, allorché ha confutato il carattere spontaneo dei movimenti rivoluzionari proletari?

È partendo da questa premessa che bisognerebbe agire, nel senso anzitutto della sproletarizzazione ideologica, della disinfezione delle parti ancora sane del popolo dal virus socialista. Solo allora l’una o l’altra riforma potrà esser studiata ed attuata senza pericolo, secondo giustizia vera.

Così, come caso particolare, si vedrà secondo quale spirito l’idea corporativa può esser di nuovo una delle basi della ricostruzione: corporativismo non tanto come un sistema generale di composizione statale e quasi burocratica che mantenga l’idea deleteria di opposti schieramenti classisti, bensì come l’esigenza, che all’interno stesso dell’azienda venga ricostruita quell’unità, quella solidarietà di forze differenziate, che la prevaricazione capitalista (col subentrato tipo parassitario dello speculatore e del capitalista-finanziere) da un lato, l’agitazione marxista dall’altro hanno pregiudicato e spezzato. Occorre portare l’azienda alla forma di un’unità quasi militare, nella quale allo spirito di responsabilità, all’energia e alla competenza di chi dirige facciano riscontro la solidarietà e la fedeltà delle forze lavoratrici associate intorno a lui nella comune impresa. L’unico vero compito è, pertanto, la ricostruzione organica dell’azienda, e per realizzarlo non vi è bisogno di usare formule intese ad adulare, per bassi fini propagandistici e elettorali, lo spirito di sedizione degli strati inferiori delle masse travestito da «giustizia sociale». In genere, dovrebbe venire ripreso lo stesso stile di impersonalità attiva, di dignità, di solidarietà nel produrre, che fu proprio alle antiche corporazioni artigiane e professionali. Il sindacalismo, con la sua «lotta» e con quei ricatti autentici di cui esso oggi ci offre fin troppi esempi, è da mettere al bando. Ma, ripetiamolo, a tanto si deve giungere partendo dall’interno. L’importante è che di contro ad ogni forma di risentimento e di antagonismo sociale ognuno sappia riconoscere ed amare il proprio posto, quello conforme alla propria natura, riconoscendo così anche i limiti entro i quali egli può sviluppare le sue possibilità e conseguire una propria perfezione: perché un artigiano che assolve perfettamente alla sua funzione è indubbiamente superiore ad un re che scarti e non sia all’altezza della sua dignità.

In particolare, si può ammettere un sistema di competenze tecniche e di rappresentanze corporative, a soppiantare il parlamentarismo dei partiti; ma devesi tener presente che le gerarchie tecniche, nel loro complesso, non possono significare nulla più di un grado nella gerarchia integrale: esse riguardano l’ordine dei mezzi, da subordinare all’ordine dei fini, al quale soltanto corrisponde la parte propriamente politica e spirituale dello Stato. Parlare invece di uno «Stato del lavoro» o della produzione vale quanto fare della parte il tutto, vale quanto tenersi a ciò che può corrispondere ad un organismo umano ridotto alle sue funzioni semplicemente fisico-vitali. Né una simile cosa ottusa e buia può esser la nostra insegna, né la Stessa idea «sociale». L’antitesi vera sia di fronte ad «Oriente» che ad «Occidente» non è l’«ideale sociale». Essa è invece l’idea gerarchica integrale. Rispetto a ciò, nessuna incertezza è ammissibile.

7. Se l’ideale di una unità politica virile ed organica fu già parte essenziale nel mondo che andò travolto – e per esso, da noi, fu anche rievocato il simbolo romano – pure debbonsi riconoscere i casi in cui tale esigenza deviò e quasi aborti lungo la direzione sbagliata del «totalitarismo». Questo, di nuovo, è un punto che va visto con chiarezza, affinché la differenziazione dei fronti sia precisa e, anche, non siano fornite armi a coloro che vogliono confondere le cose a ragion veduta. Gerarchia non è gerarchismo (un male, questo, che, purtroppo, oggi talvolta cerca di ripullulare in tono minore), e la concezione organica non ha nulla a che fare con la sclerosi statolatrica e una centralizzazione livellatrice. Quanto ai singoli, superamento vero sia di individualismo che di collettivismo si ha solo quando uomini sono di fronte ad uomini, nella diversità naturale del loro essere e delle loro dignità. E, quanto all’unità che deve impedire, in genere, ogni forma di dissociazione e di assolutizzazione del particolare, essa deve essere essenzialmente spirituale, deve essere quella di una influenza centrale orientatrice, di un impulso che, a seconda dei domini, assume forme molto differenziate di espressione. Questa è la vera essenza della concezione «organica»opposta ai rapporti rigidi ed estrinseci propri al «totalitarismo». In questi quadri l’esigenza della dignità e della libertà della persona umana, che il liberalismo sa concepire solo in termini individualistici, egualitari e privatistici, può realizzarsi integralmente. È in questo spirito che le strutture di un nuovo ordinamento politico-sociale vanno studiate, in salde e chiare articolazioni.

Ma siffatte strutture abbisognano di un centro, di un supremo punto di riferimento. Un nuovo simbolo di sovranità e di autorità è necessario. La consegna, a tale riguardo, deve essere precisa, tergiversazioni ideologiche non possono essere ammesse. È bene dir chiaro che qui si tratta solo subordinatamente del cosiddetto problema istituzionale; si tratta anzitutto di ciò che è necessario per un clima specifico, per il fluido che deve animare ogni rapporto di fedeltà, di dedizione, di servigio, di azione disindividuale, tanto che sia davvero superato il grigio, il meccanicistico e l’obliquo nel mondo politico sociale attuale. Qui oggi si finirà però in vie senza uscita quando al vertice non si sia capaci di una specie di ascesi dell’idea pura. Sia alcuni antecedenti poco felici delle nostre tradizioni nazionali, sia, ed ancor più, le tragiche contingenze di ieri, pregiudicano, in molti, la percezione chiara della direzione giusta. Noi si può anche riconoscere l’inconcludenza della soluzione monarchica, quando si abbiano in vista coloro che oggi sanno solo difendere un residuo di idea, un simbolo svuotato e devirilizzato, quale è quello della monarchia costituzionale parlamentare. Ma in modo altrettanto deciso devesi dichiarare l’incompatibilità nei riguardi dell’idea repubblicana. Essere antidemocratici per un verso, e per l’altro difendere «ferocemente» (questa è purtroppo la terminologia di alcuni esponenti di una falsa intransigenza) l’idea repubblicana è un assurdo che si tocca con mano: la repubblica (s’intendono le repubbliche moderne: le repubbliche antiche furono delle aristocrazie – come a Roma – o delle oligarchie, queste spesso con carattere di tirannidi) appartiene essenzialmente al mondo sorto a vita attraverso il giacobinismo e la sovversione antitradizionale ed antigerarchica del XIX secolo. Ed a tale mondo, che non è il nostro, sia lasciata. In via di principio, una nazione già monarchica che diviene una repubblica non può venire considerata che come una nazione «declassata». Per l’Italia non si giuochi all’equivoco in nome di una fedeltà al fascismo di Salò, perché se, per questa ragione, si dovesse seguire la falsa via repubblicana, nello stesso punto si sarebbe infedeli a qualcosa di più e di meglio, si getterebbe in mare il nucleo centrale dell’ideologia del ventennio, cioè la sua dottrina dello Stato in funzione di autorità, di potere, di Imperium.

Solo a questa dottrina bisogna tenersi, senza acconsentire a scendere di livello e senza far il giuoco di nessun gruppo. La concretizzazione del simbolo, per ora può essere lasciata indeterminata; il compito essenziale è preparare silenziosamente l’ambiente spirituale adatto a che il simbolo di una autorità sopraelevata intangibile sia sentito e riacquisti la pienezza del suo significato: al quale non può corrispondere la statura di un qualsiasi revocabile «presidente» di repubblica, e nemmeno quella di un tribuno o capo-popolo, detentore di un semplice potere individuale informe, privo di ogni superiore crisma, poggiante invece sul prestigio precario da lui esercitato sulle forze irrazionali delle masse. È ciò a cui taluno ha dato il nome di «bonapartismo» e che è stato giustamente riconosciuto nel suo significato non di antitesi alla democrazia demagogica o «popolare», ma anzi di logica conclusione di essa: una delle oscure apparizioni nello spengleriano «tramonto dell’Occidente». Ecco una nuova pietra di prova per i nostri: la sensibilità rispetto a tutto ciò. Già un Carlyle aveva parlato «del mondo dei domestici che vuol essere governato da uno pseudo-Eroe» – non da un Signore.

8. In un analogo ordine di idee va precisato un altro punto. Si tratta della posizione da prendere di fronte al nazionalismo e all’idea generica di patria. Ciò è tanto più opportuno, in quanto oggi molti, per cercare di salvare il salvabile, vorrebbero riprendere una concezione sentimentale e, al tempo stesso, naturalistica della nazione, nozione estranea alla più alta tradizione politica europea e poco conciliantesi con la stessa idea di Stato di cui si è detto. Anche a prescindere dal fatto che si vede l’idea di patria esser da noi invocata retoricamente e ipocritamente dalle parti più opposte, perfino dagli esponenti della sovversione rossa, già fattualmente quella concezione non è all’altezza dei tempi perché da un lato si assiste al formarsi di grandi blocchi supernazionali, dall’altra appare sempre più la necessità di trovare un punto di riferimento europeo, unificante di là dall’inevitabile particolarismo che inerisce all’idea naturalistica della nazione e ancor più al «nazionalismo». Tuttavia è più essenziale la questione di principio. Il piano politico in quanto tale è quello di unità sopraelevate rispetto alle unità definentisi in termini naturalistici come sono anche quelle cui corrispondono le nozioni generiche di nazione, patria e popolo. In questo superiore piano ciò che unisce e ciò che divide è l’idea, un’idea portata da una determinata élite e tendente a concretizzarsi nello Stato. Per questo la dottrina fascista – che in ciò restò fedele alla migliore tradizione politica europea – dette ad Idea e Stato il primato rispetto a nazione e popolo ed intese che nazione e popolo solo entro lo Stato acquistano un significato, una forma e partecipano ad un grado superiore di esistenza. Proprio in periodi di crisi, come l’attuale, bisogna tener fermo a questa dottrina. Nell’Idea va riconosciuta la nostra vera patria. Non l’essere di una stessa terra o di una stessa lingua, ma l’essere della stessa idea è quel che oggi conta. Questa è la base, il punto di partenza. All’unità collettivistica della nazione – des enfants de la patrie – quale sempre più ha predominato dalla rivoluzione giacobina in poi, noi in ogni caso opponiamo qualcosa, come un Ordine, uomini fedeli a dei principi, testimoni di una superiore autorità e legittimità procedenti appunto dall’Idea. Per quanto ai fini pratici oggi sia auspicabile venire ad una nuova solidarietà nazionale, pure non si scenda, per raggiungerla, a compromessi; il presupposto, senza il quale ogni risultato sarebbe illusorio, è il separarsi e prendere forma di uno schieramento definito dall’Idea – come idea politica e visione della vita. Altra via, proprio oggi non v’è. bisogna che fra le rovine si rinnovi il processo delle origini, quello che, in funzione di élites e di un simbolo di sovranità o di autorità, fece uni i popoli entro i grandi Stati tradizionali, come forme sorgenti dall’informe. Non intendere questo realismo dell’idea significa tenersi ad un piano, in fondo, sub-politico: a quello del naturalismo e del sentimentalismo, se non addirittura della retorica patriottarda.

E ove si voglia appoggiare l’idea nostra anche a tradizioni nazionali, si stia ben attenti perché esiste tutta una «storia patria» d’ispirazione massonica ed antitradizionale specializzatasi nell’attribuire carattere nazionale italiano agli aspetti più problematici della nostra storia: a partire dalla rivolta dei Comuni appoggiata dal guelfismo. Con essa prende risalto una «italianità» tendenziosa, nella quale noi non possiamo e non vogliamo riconoscerci. Essa la lasciamo volentieri a quegli Italiani, che con la «liberazione» e il partigianesimo hanno celebrato il «secondo Risorgimento».

Idea, Ordine, élite, Stato, uomini dell’Ordine – in tali termini siano mantenute le linee, finché sia possibile.

9. Qualcosa va detto sul problema della cultura. Non oltre misura. Noi infatti non sopravvalutiamo la cultura. Ciò che noi chiamiamo «visione del mondo» non si basa sui libri; è una forma interna che può essere più precisa in una persona senza una particolare cultura che non in un «intellettuale» e in uno scrittore. Si deve ascrivere ,fra i nefasti della «libera cultura» alla portata di tutti, il fatto che il singolo sia lasciato aperto ad influssi di ogni genere anche quando è tale da non poter essere attivo di fronte ad essi, da saper discriminare e giudicare secondo retto giudizio.

Ma di ciò qui non può essere il discorso se non per rilevare che, come stanno attualmente le cose, vi sono correnti specifiche da cui la gioventù d’oggi deve difendersi interiormente. Noi abbiamo parlato per primo di uno stile di drittura, di tenuta interna. Questo stile implica un giusto sapere e specie i giovani debbono rendersi conto dell’intossicazione operata in tutta una generazione dalle varietà concordanti di una visione distorta e falsa della vita, che hanno inciso sulle forze interne. Nell’una o nell’altra forma questi tossici continuano ad agire nella cultura, nella scienza, nella sociologia, nella letteratura, come tanti focolai d’infezione che vanno individuati e colpiti. A parte il materialismo storico e l’economismo, di cui si è già detto, fra i principali di essi sta il darwinismo, la psicanalisi, l’esistenzialismo.

Di contro al darwinismo va rivendicata la fondamentale dignità della persona umana, riconoscendo il suo vero luogo, che non è quello di una particolare, più o meno evoluta specie animale fra le tante altre differenziatasi per «selezione naturale» e sempre legata ad origini bestiali e primitivistiche, ma è tale da elevarla virtualmente di là dal piano biologico. Se oggi non si parla più tanto di darwinismo, la sostanza tuttavia permane, il mito biologistico darwiniano nell’una o nell’altra variante vale con preciso valore di dogma, difeso dagli anatemi della «scienza», nel materialismo sia della civiltà marxista che di quella americana. L’uomo moderno si è assuefatto a questa concezione degradata, vi si riconosce ormai tranquillamente, la trova naturale.

Di contro alla psicanalisi deve valere l’ideale di un’Io che non abdica, che intende restare consapevole, autonomo e sovrano di fronte alla parte notturna e sotterranea della sua anima e al demone della sessualità; che non si sente né «represso» né psicoticamente scisso, ma realizza un equilibrio di tutte le sue facoltà ordinate ad un significato superiore del vivere e dell’agire. Una convergenza evidente può essere segnalata: la desautorazione del principio cosciente della persona, il risalto dato al subconscio, all’irrazionale, all’«inconscio collettivo» e simili dalla psicanalisi e scuole, analoghe, corrispondono nell’individuo esattamente a ciò che l’emergenza, il moto dal basso, la sovversione, la sostituzione rivoluzionaria dell’inferiore al superiore e il disprezzo per ogni principio di autorità rappresentano nel mondo sociale e storico moderno. Su due piani diversi agisce la stessa tendenza e i due effetti non possono non integrarsi vicendevolmente.

Quanto all’esistenzialismo, anche a distinguervi ciò che è propriamente una filosofia – una confusa filosofia fino a ieri restata di pertinenza di ristrette cerchie di specialisti, bisogna riconoscervi lo stato d’animo di una crisi divenuta sistema ed adulata, la verità di un tipo umano spezzato e contraddittorio che subisce come angoscia, tragicità ed assurdo una libertà dalla quale non si sente elevato, a cui si sente piuttosto senza scampo e senza responsabilità condannato in mezzo ad un mondo privo di valore e di significazione. Tutto questo, quando già il miglior Nietzsche aveva indicata una via per ritrovare un senso dell’esistenza e dare a se stesso una legge e un valore intangibile anche di fronte ad un radicale nichilismo, nel segno di un esistenzialismo positivo, secondo la sua espressione: da «natura nobile».

Tali sono le linee di superamenti, che non debbono essere intellettualistici, ma vissuti, realizzati nel loro diretto significato per la vita interiore e per la propria condotta. Rialzarsi non è possibile finché si resti come che sia sotto l’influenza di consimili forme di un pensare falso e deviato. Disintossicatisi, si può conseguire chiarezza, drittura, forza.

10. Nella zona che sta fra cultura e costume sarà bene precisare ulteriormente un atteggiamento. Dal comunismo è stata lanciata la parola d’ordine dell’antiborghesia che è stata raccolta anche nel campo della cultura in certi ambienti intellettuali «impegnati». Questo è un punto in cui si deve vedere ben chiaro. Come la società borghese è qualcosa d’intermedio, così esiste una doppia possibilità di superare la borghesia, di dire no al tipo borghese, alla civiltà borghese, allo spirito ed ai valori borghesi. L’una corrisponde alla direzione che conduce ancor più in basso di tutto ciò, verso una umanità collettivizzata e materializzata col suo «realismo» alla marxista: valori sociali e proletari contro il «decadentismo borghese» e «capitalista». Ma l’altra è la direzione di chi combatte la borghesia per innalzarsi effettivamente di là da essa. Gli uomini del nuovo schieramento saranno, sì, antiborghesi, ma per via dell’anzidetta superiore concezione, eroica ed aristocratica. dell’esistenza; saranno antiborghesi perché disdegnano la vita comoda; antiborghesi perché seguiranno non coloro che promettono vantaggi materiali, ma coloro che esigono tutto da se stessi; antiborghesi, infine, perché non hanno la preoccupazione della sicurezza ma amano una unione essenziale fra vita e rischio, su tutti i piani, facendo propria l’inesorabilità dell’idea nuda e dell’azione precisa. Un altro aspetto ancora, per cui l’uomo nuovo, sostanza cellulare per il moto di risveglio, sarà antiborghese e si differenzierà dalla generazione precedente, è per la sua insofferenza per ogni forma di retorica e di falso idealismo, per tutte quelle grandi parole che si scrivono con la lettera maiuscola, per tutto ciò che è soltanto gesto, frase ad effetto, scenografia. Essenzialità, invece, nuovo realismo nel misurarsi esattamente coi problemi che si imporranno, nel far sì che valga non l’apparire, bensì l’essere, non il ciarlare, bensì il realizzare, in modo silenzioso ed esatto, in sintonia con le forze affini e in aderenza al comando che viene dall’alto.

Chi contro le forze di sinistra non sa reagire che in nome degli idoli, dello stile di vita e delle mediocri moralità conformistiche del mondo borghese, ha già perduto in anticipo la battaglia. Non è questo il caso per l’uomo, che sta in piedi, essendo già passato attraverso il fuoco purificatore di distruzioni esterne ed interne. Quest’uomo, allo stesso modo che politicamente non è lo strumento di una pseudo reazione borghese, così, in genere, riprende forze ed ideali anteriori e superiori al mondo borghese e all’era economica, ed è con essi che egli crea le linee di difesa e consolida le posizioni da dove, nel momento opportuno, folgorerà l’azione della ricostruzione.

Anche a tale riguardo noi intendiamo riprendere una consegna non seguita: perché si sa come nel periodo fascista vi fosse una tendenzialità antiborghese che avrebbe voluto esplicarsi in un non dissimile senso. Purtroppo anche qui la sostanza umana non fu all’altezza del compito. E perfino dell’antiretorica si seppe far la retorica.

11. Consideriamo brevemente un ultimo punto, quello dei rapporti con la religione dominante. Per noi, lo Stato laico, in qualsiasi sua forma, appartiene al passato. E, in particolare, noi avversiamo quel travestimento di esso, che si è fatto valere, in certi ambienti, come «Stato etico», prodotto di una bolsa, spuria, vuota filosofia «idealistica» già aggregatasi al fascismo ma per sua natura tale da dare uguale avallo, alla semplice stregua di un giuoco «dialettico» di bussolotti, all’antifascismo di un Croce.

Ma se avversiamo simili ideologie e lo Stato laico, uno Stato clericale o clericaleggiante è per noi altrettanto inaccettabile. Un fattore religioso è necessario come sfondo per una vera concezione eroica della vita, quale deve essere essenziale per il nostro schieramento. Bisogna sentire in se stessi l’evidenza, che di là da questa vita terrestre vi è una più alta vita, perché solo chi così sente possiede una forza infrangibile ed intravolgibile, solo costui sarà capace di uno slancio assoluto – mentre quando questo manchi, lo sfidare la morte e il porre in non conto la propria vita è possibile solo in momenti sporadici di esaltazione o nello scatenamento di forze irrazionali: né vi è disciplina che possa giustificarsi, nel singolo, con un significato superiore ed autonomo. Ma questa spiritualità, che deve essere viva fra i nostri, non ha bisogno delle formulazioni dogmatiche obbligate, di una data confessione religiosa; comunque lo stile di vita che deve trarsene non è quello del moralismo cattolico, il quale a poco più mira che non ad un addomesticamento virtuistico dell’animale umano; politicamente, questa spiritualità non può non nutrire diffidenza rispetto a tutto ciò che come umanitarismo, eguaglianza, principio dell’amore e del perdono anziché dell’onore e della giustizia, è parte integrante della concezione cristiana. Certo, se il cattolicesimo fosse capace di far propria una tenuta di alta ascesi ed appunto su questa base, quasi come in una ripresa dello spirito del migliore Medioevo crociato, far della fede l’anima di un blocco armato di forze, quasi di un nuovo Ordine Templare compatto ed inesorabile contro le correnti del caos, del cedimento, della sovversione e del materialismo pratico del mondo moderno – certo, in tal caso, ed anche nel caso che come minimo esso si fosse tenuto fermo alla posizione del Sillabo, per la nostra scelta non potrebbe esservi un solo istante di dubbio. Ma così come stanno le cose, dato cioè il livello mediocre e, in fondo, borghese e parrocchiano, a cui oggi è sceso praticamente tutto ciò che è religione confessionale e dati il cedimento modernista e la crescente apertura a sinistra della Chiesa post-conciliare dell’«aggiornamento», per i nostri uomini potrà bastare il puro riferimento allo spirito, appunto come l’evidenza di una realtà trascendente, da invocare per innestare alla nostra forza un’altra forza, per attirare una invisibile consacrazione su di un nuovo mondo di uomini e di capi di uomini.

Questi sono alcuni essenziali orientamenti per la battaglia da combattere, soprattutto con riguardo per la gioventù, a che essa riprenda la fiaccola e la consegna da chi non è caduto, imparando dagli errori del passato, sapendo ben discriminare e rivedere tutto ciò che ha risentito, ed ancor oggi risente, di situazioni contingenti. Essenziale è non scendere al livello degli avversari, non ridursi ad agitare semplici parole d’ordine, non insistere oltre misura su quel che dello ieri, anche se degno di essere ricordato, non abbia valore attuale ed impersonale di idea-forza, non cedere alle suggestioni del falso realismo politicante, tara di ogni «partito». È, sì, necessario che nostre forze agiscano anche nella lotta corpo-a-corpo politica per crearsi tutto lo spazio possibile nella situazione attuale, e per contenere l’assalto, altrimenti quasi incontrastato, delle forze di sinistra. Ma oltre a ciò è importante, è essenziale, che si costituisca una élite la quale, in una raccolta intensità, definisca secondo un rigore intellettuale ed un ‘assoluta intransigenza l’idea, in funzione della quale si deve essere uniti, ed affermi questa idea soprattutto nella forma dell’uomo nuovo, dell’uomo della resistenza, dell’uomo dritto fra le rovine. Se sarà dato andar oltre questo periodo di crisi e di ordine vacillante e illusorio, solo a quest’uomo spetterà il futuro. Ma quand’anche il destino che il mondo moderno si è creato, e che ora sta travolgendolo, non dovesse esser contenuto, presso a tali premesse le posizioni interne saranno mantenute: in qualsiasi evenienza ciò che potrà esser fatto sarà fatto e apparterremo a quella patria, che da nessun nemico potrà mai essere né occupata né distrutta.

Orientamentiultima modifica: 2008-05-21T19:08:31+02:00da lukinoge
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