Giorgio Almirante- l’uomo che immaginò il futuro-


Giorgio Almirante nasce a Salsomaggiore, in provincia di Parma, il 27 giugno 1914.
Il padre, attore, direttore di scena di Eleonora Duse e di Ruggero Ruggeri e poi regista del cinema muto, apparteneva ad una famiglia di attori e di patrioti, con ascendenti appartenenti all’alta nobiltà di Napoli. Il piccolo Giorgio visse quindi i suoi primi anni seguendo la famiglia da una città all’altra, fino a che gli Almirante si stabilirono a Torino, dove intraprese studi regolari. Successivamente, si trasferì con la famiglia a Roma, dove si iscrisse all’università nella Facoltà di Lettere. Parallelamente agli studi, intraprese la carriera di cronista praticante presso “Il Tevere”, quotidiano fascista diretto all’epoca da Telesio Interlandi. Vi rimase fino al luglio 1943, ormai trentenne. Conseguita la laurea in lettere e l’abilitazione all’insegnamento di materie classiche, dopo sei anni di praticantato gratuito, viene nominato da Interlandi caporedattore e, poco dopo, anche segretario di redazione della nuova rivista “La Difesa della razza”, inizialmente diretta dallo steso Interlandi. Cresciuto dunque in piena epoca fascista, come gran parte dei suoi coetanei milito nelle organizzazioni giovanili fasciste, ma durante il regime non andò oltre la carica di fiduciario del GUF della facoltà di lettere dell’università di Roma. Quasi cinquant’anni dopo, avrebbe ammesso di essere stato allora razzista e antisemita in buona fede e per motivi politici (come molti giornalisti italiani poi passati all’antifascismo); la collaborazione alla “Difesa della razza” fu, di tutta la sua vita, l’unica esperienza che sconfessò completamente, pur conservando un ottimo ricordo di Interlandi. Inoltre, è noto che Almirante, durante il periodo della Repubblica di Salò, salvò dalla deportazione in Germania un suo amico ebreo e la famiglia di questo, nascondendoli nella foresteria del ministero della Cultura popolare a Salò. Intanto, scoppia la seconda guerra mondiale, evento che vedrà Almirante coinvolto anima e corpo. Infatti, essendo stato richiamato alle armi come sottotenente di complemento di fanteria, viene mandato in Sardegna a comandare un plotone di guardia alla costa, un compito non certo esaltante. Almirante, invece, desiderava partecipare attivamente alle operazioni di guerra; si offrì dunque volontario per il fronte dell’Africa settentrionale, e a tal fine si fece nominare corrispondente di guerra. Raggiunse Bengasi alla fine dello stesso mese di giugno dove visse le alterne fasi della guerra fino a tutto il 1941, ottenendo la croce di guerra al valor militare. Tornato poi a Roma, riprese il suo posto di caporedattore de “Il Tevere”. La mattina del 26 luglio 1943, però, Mussolini cade. Come politico sembra ormai del tutto finito. Numerose sono le defezioni fra i fascisti, molti dei quali passano improvvisamente al fronte democratico, comportamento che invece Almirante rifiuta. Rimane dunque improvvisamente solo: anche il suo ex direttore, Interlandi, viene arrestato come “fascista pericoloso”.

Ai primi di agosto Almirante risponde ad una nuova chiamata alle armi, come tenente, presentandosi a Frosinone presso il suo vecchio reggimento di prima nomina. La viene sorpreso, l’8 settembre, dalla notizia dell’armistizio; il giorno dopo, trovandosi a comandare provvisoriamente una compagnia distaccata, viene abbandonato da superiori e sottoposti e preso dai tedeschi, dai quali ottiene però di arrendersi con l’onore delle armi e di essere lasciato libero; raggiunge allora il colonnello comandante dell’ormai dissolto reggimento e, una volta ottenuta una formale licenza, torna Roma a piedi. Dopo il discorso di Mussolini alla radio di Monaco che invitava ad un ricompattamento dei fascisti e quello del maresciallo Graziani al teatro Adriano di Roma, compie la sua scelta di campo: si arruola nella costituenda Guardia Nazionale Repubblicana con il grado di capomanipolo. Dopo pochi giorni di lavoro a Venezia, Almirante passa alla sede di Salò dove svolge varie mansioni: prima Capo di Gabinetto del Ministro della Cultura Popolare poi Attendente di Mussolini. La sua attività di funzionario ministeriale viene interrotta tra il novembre 1944 e il gennaio 1945 dalla sua partecipazione, come tenente comandante del reparto del Ministero della Cultura Popolare nella Brigata Nera Autonoma Ministeriale, alla campagna antipartigiana di Val d’Ossola, durante la quale però egli e i suoi uomini non hanno mai occasione di partecipare ai combattimenti. Il 25 aprile 1945 Almirante, che aveva seguito Mussolini e il ministro Mezzasoma a Milano, entra in clandestinità, a causa delle rovinosa caduta del fascismo. Rimane in questa condizione per più di un anno e mezzo. Uscito dalla clandestinità nel settembre 1946, si reca a Roma e da lì intraprende un’intensa attività politica, partecipando alla fondazione di un gruppo di reduci fascisti repubblicani, il “Movimento Italiano di Unita Sociale” (MIUS). Il 26 dicembre 1946, invece, Almirante partecipa alla riunione costitutiva del “Movimento Sociale Italiano” (MSI), che si svolge a Roma nello studio dell’assicuratore Arturo Michelini. Contrariamente a quanto si crede, infatti, Almirante non è stato da subito segretario del MSI, compito che per diversi anni toccò a Nichelini. Nel 1948 Almirante conduce, per le elezioni politiche del 18 aprile, una durissima campagna elettorale; il MSI ottenne il 2 per cento dei voti ed entrò in Parlamento con sei deputati, tra i quali lo stesso Almirante, e un senatore. Almirante in quella prima fase rappresentava la continuità ideale con il fascismo repubblicano. Fu confermato segretario del MSI dopo i primi due congressi nazionali del partito (Napoli, giugno 1948; Roma, giugno-luglio 1949).

Nel corso delle successive legislature della Repubblica Almirante si distinse in battaglie ostruzionistiche in Parlamento come quella contro l’attuazione dell’ordinamento regionale dello Stato. Altre battaglie lo vedono protagonista, come ad esempio quella contro la legge Scelba sul divieto della ricostituzione del Partito fascista o contro la riforma elettorale maggioritaria di De Gasperi, in difesa dell’italianità di Trieste e dell’Alto Adige, contro la nazionalizzazione dell’energia elettrica e contro la riforma della scuola media.

Nel 1969 muore Michelini e, di fronte al problema della successione alla guida di un partito in grave crisi, (nelle elezioni politiche del 1968 era sceso al 4,5 per cento dei voti, suo minimo storico ad eccezione del risultato del 1948), il gruppo dirigente del MSI elegge Almirante segretario nazionale all’unanimità.

La segreteria Almirante mira fin dall’inizio all’unita delle destre, trattando a tal fine con i monarchici e con gli indipendenti di centro-destra. Nelle elezioni regionali del 7 giugno 1970 il MSI ebbe una discreta ripresa, anche grazie al lancio di alcune parole d’ordine da parte del segretario: “alternativa al sistema”, “destra nazionale” e cosi via. Inoltre, forte presa sull’elettorato ebbe l’idea della formazione di un “Fronte articolato anticomunista” con altre forze politiche, agglomerato che poi di fatto costituì la Destra Nazionale. Il risultato di questa operazione di maquillage porta il partito ad ottimi risultati nelle elezioni regionali siciliane e amministrative del 13 giugno 1971: il 16,3 per cento dei voti in Sicilia e il 16,2 per cento a Roma.

Il 28 giugno 1972 la Procura della Repubblica di Milano chiede alla Camera l’autorizzazione a procedere contro il segretario nazionale del MSI per il reato di ricostituzione del disciolto Partito fascista, autorizzazione concessa con 484 voti contro 60; ma l’inchiesta sulla presunta ricostituzione del PNF, trasferita alla Procura della Repubblica di Roma non fu mai portata a termine. Nel 1975-76 Almirante prova a rilanciare il suo partito con un’iniziativa che doveva rappresentare una nuova fase dell’operazione Destra Nazionale: la “Costituente di destra per la liberta”, organizzazione esterna e alleata, fondata il 22 novembre 1975. Ma nelle elezioni politiche del 20 giugno si consuma la scissione dall’organizzazione giovanile del partito, il Fronte della Gioventù. Almirante commissaria questa organizzazione, e il 7 giugno 1977 nomina egli stesso il nuovo segretario del Fronte nella persona di Gianfranco Fini, allora venticinquenne, che già si era guadagnato la sua fiducia.

Le elezioni regionali e amministrative del 1978 danno però risultati negativi al MSI-DN. Nel corso della campagna elettorale, fra l’altro, un esponente di Democrazia Nazionale lo aveva accusato di favoreggiamento personale nei confronti di un presunto responsabile della strage di Peteano (avvenuta nel 1972); l’accusa, pur smentita dal senatore di Democrazia Nazionale sulle cui confidenze avrebbe dovuto basarsi, portò ad una lunga inchiesta, al cui termine Almirante fu rinviato a giudizio con altri, ma amnistiato prima dell’inizio del processo. Questo fu l’unico coinvolgimento di Almirante in un’inchiesta su fatti di terrorismo; in un altro caso egli, avendo avuto notizia nel luglio 1974 dei preparativi di un attentato ad un obiettivo ferroviario, ne informo subito le autorità.

Iniziata la IX legislatura, diviene presidente del Consiglio Bettino Craxi, che sembrava intenzionato a “sdoganare” il MSI-DN. Ma il partito di Almirante rimase sostanzialmente isolato a destra; e se in un’importante occasione sostenne di fatto il governo Craxi, permettendo nel febbraio 1985 la conversione in legge del cosiddetto secondo decreto Berlusconi, lo fece per una convergenza di interessi con alcune forze della maggioranza (contro il monopolio televisivo di Stato).

Nel luglio 1984 Almirante annuncia la propria intenzione di lasciare la segreteria per ragioni di salute entro la fine dell’anno, in occasione del prossimo congresso nazionale. Ma il partito gli chiede quasi all’unanimità di recedere da tale proposito. L’anziano leader acconsente a rimanere in carica ancora per un biennio. Il XIV congresso nazionale del MSI-DN (Roma, novembre-dicembre 1984) lo rielegge segretario per acclamazione, ignorando la contrapposta candidatura di Tomaso Staiti. Con queste assise inizia la fase finale della seconda segreteria Almirante, in cui tutte le cariche principali furono affidate ad uomini della vecchia guardia e di tutte le correnti. Almirante, poi, assunse personalmente la carica di direttore politico del Secolo d’Italia.

Il 12 maggio 1985 il MSI-DN ottenne nelle elezioni regionali il 6,5 per cento dei voti (suo massimo storico in questo genere di consultazioni) e riportò a Bolzano, nelle elezioni comunali, l’ultimo clamoroso successo del periodo almirantiano, divenendo il primo partito del capoluogo di quella provincia la cui italianità era sempre stata difesa dai missini. Un altro buon risultato il MSI-DN ottenne nelle elezioni regionali siciliane del giugno 1986. Nell’agosto dello stesso anno il segretario missino, colto da malore, dovette essere ricoverato nella clinica romana di Villa del Rosario.

Nelle elezioni politiche del 14 giugno 1987, in occasione delle quali Almirante condusse la sua ultima campagna elettorale, il MSI-DN scese al 5,9 per cento dei voti, 35 seggi alla Camera e 16 seggi al Senato: un insuccesso che concludeva un periodo di quattro anni assai positivo, anche se i risultati particolareggiati confermavano il radicamento del partito in ogni parte d’Italia. Il 6 settembre successivo, in occasione della festa Tricolore di Mirabello (Ferrara), Almirante presentò ufficiosamente come proprio “delfino” il trentacinquenne Gianfranco Fini, il più giovane deputato del MSI-DN. Almirante teneva moltissimo a che il suo successore fosse un suo uomo di fiducia; ma il designato avrebbe potuto essere anche della sua stessa generazione, e in questo caso sarebbe stato probabilmente il vicesegretario vicario Servello. L’imprevista scelta in favore di Fini fu da molti considerata, in quei mesi, un mero stratagemma di Almirante per continuare a dirigere il partito, in qualità di presidente, dopo avere lasciato la segreteria; sette anni dopo, invece, tale scelta si sarebbe rivelata retrospettivamente una delle più felici del fondatore della Destra Nazionale, avendo liberato il MSI-DN dall’ipoteca di un gruppo dirigente troppo anziano e dunque troppo legato al passato per poter mai uscire dal ghetto politico della destra radicale.

Per ovvie ragioni la maggioranza dei vecchi notabili missini accolse con freddezza o aperta ostilità la candidatura di Fini, che incontrava invece il favore di vari notabili della generazione successiva. Nella fase precongressuale il partito fu lacerato dalle più dure polemiche dell’ultimo decennio, polemiche che non risparmiavano il segretario uscente.
Ad ogni modo, Almirante fu eletto presidente del partito il 24 gennaio 1988, per acclamazione, dalla maggioranza del nuovo comitato centrale, incarico che mantenne per soli quattro mesi, gli ultimi della sua vita. Il 22 maggio 1988, dopo mesi di sofferenze e di ricoveri Giorgio Almirante si spegne nella clinica di Villa del Rosario. Fini onoro il suo predecessore e maestro dicendo di lui ….”un grande Italiano”….”il leader della generazione che non si è arresa”.

Gianfranco Fini ha scritto di G. Almirante

E’ a dir poco difficile immaginare la destra italiana di oggi senza l’opera di Giorgio Almirante. Senza di lui non saremmo quei che siamo. Senza di lui non saremmo qui.
Questa destra non è figlia del caso o dell’improvvisazione. E’ figlia del lungo cammino che Almirante, con altri, intraprese agli albori della Repubblica.
A quel cammino si sono aggiunti, via, altri italiani perbene, altre intelligenze, altre storie. E se questa aggregazione è stata possibile, ciò si deve al modo generoso con cui Almirante guardava all’impegno politico.
Mai sterilmente nostalgico, mai ripiegato su se stesso, mai ostile al nuovo, Almirante ci ha insegnato a puntare al futuro, a guardare al domani. Era un uomo che ha avuto un destino curioso, quello di anticipare i tempi con una lucidità straordinaria. Parlava di pacificazione quando gli altri si ostinavano a parlare di divisione degli italiani. Parlava di riforme istituzionali e costituzionali quando per gli altri la Costituzione era un tabù intoccabile. Parlava di moralità pubblica quando gli altri si rifiutavano di mettere in discussione il sistema delle tangenti. Parlava di Patria quando gli altri la beffeggiavano e la deridevano. Parlava di Europa quando l’Europa era lontana, inarrivabile. Un anticipatore, insomma, uno che guardava al futuro, che lo intuiva e lo progettava.
Ricordare Giorgio Almirante non è dunque doveroso e dolce. È necessario. Necessario per noi e per tutti coloro che, come lui, vogliono immaginare un’Italia civilmente pacificata, politicamente rinnovata, moralmente pulita ed europea. Di quell’Europa che tanto amava perché vi ritrovava le radici culturali della nostra civiltà feconda e inarrivabile.
Lezione politica altissima, la sua. Che ne fa uno dei padri di quell’Italia civile che la politica ha spesso ignorato e offeso.
Il nostro compito, rinnovando le istituzioni, è quello di ricomporre il giusto equilibrio fra politica e società, fra governati e governanti, proprio così come Giorgio Almirante voleva.
Se ci riusciremo avremo compiuto l’opera che egli ci aveva insegnato. Sarebbe il traguardo più bello per tutti.
Gianfranco Fini

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Massimo Magliaro ha scritto di G. Almirante

“Non so in quale misura la politica in Italia sia teatro. Vorrei che lo fosse; e se per caso qualche volta lo è, vorrei che lo fosse molto di più.
Vorrei che lo fosse come al bel tempo dei “guitti”: bauli e treni; viaggiare incessante; mutar di pubblico restando se stessi; dipendere dal consenso ma non piegarsi al capriccio; determinare la moda ma non subirla; gustare l’applauso ma non sgomentarsi per il fischio o lo zittio; rispettare e stimolare la critica ma non procacciarsela favorevole con facile lenocinio o corruttela, anche per non essere costretti a provarne l’ingiusta o provocatoria sferza; custodire le cose belle del passato ma aprirsi ad ogni novità capace di arricchire lo spirito; e, soprattutto, recitare per gli altri e non per se ascoltarsi recitando come se la propria voce muovesse dalla platea e dal loggione e ci venisse incontro e ci dicesse che siamo interpreti della commedia umana del nostro tempo”.
Sono parole che Giorgio Almirante ha lasciato nel primo capitolo della “Autobiografia di un fucilatore”. Sono il ritratto della sua vita, del suo stile. La sua è stata davvero una grandiosa interpretazione della commedia umana di questo tempo. Tempo difficile, nel quale hanno convissuto presunte certezze insieme con vigorose speranze, culto della conservazione con, come era solito dire, “nostalgia dell’avvenire”, pratica della corruzione e amore della pulizia. Lui, Giorgio Almirante, lo ha vissuto per intero questo tempo e sempre dalla parte giusta.
Cercava il consenso e non lo subiva perché, ad esempio, non ha mai incitato alla vendetta anche quando la folla amica la pretendeva. Anticonformista, non ha mai ceduto alla moda ma ha rappresentato antimoda. Uomo di lotta dura ancorché leale, non ha mai avuto paura delle critiche che lo hanno assediato con spietatezza per tutta la vita; anzi, le ha affrontate a viso aperto imponendo via agli avversati il rispetto che gli dovevano e che vennero a testimoniare per l’estremo saluto tutti, nessuno escluso.
Intellettualmente curioso, era apertissimo al nuovo senza però recidere le radici del passato, quelle buone. Sopratutto un infinito disinteresse. Pensava, parlava, agiva per gli altri, mai per sé. Aveva un grande amore per la sua gente, un amore che lo ha portato a viaggiare, ad arrivare ovunque, ad incontrare tutti, a parlare con tutti, ad ascoltare tutti. È stato l’uomo politico italiano che ha conosciuto il maggior numero di italiani e che è passato, per incontrarli tutti, nel maggior numero di città, paesi, villaggi, borghi. Il suo motore era l’amore per gli italiani. Chi ha avuto modo di stargli accanto sa che egli non ha mai pensato in termini di odio. Mai. Ed anche l’ultima delle sue creature politiche, il progetto di riforma della Costituzione, scaturiva da questa voglia di rifare l’Italia amandola: l’adorabile Italia…
Volle celebrare un Congresso nazionale, il dodicesimo, a Napoli il 5/6/7 ottobre 1979. E volle intitolarlo appunto alla Nuova Repubblica, cioè al progetto di riforma del sistema. Precedette tutti, venne prima di tutti, prima della Commissione Bozzi e, poi, della Commissione lotti. E continuò su questa strada con il Convegno di Amalfi e ì due di Roma, quando con il Movimento sociale si confrontarono su queste questioni, ancora tabù, coraggiosi esponenti di altri partiti, costituzionalisti, dirigenti sindacali e rappresentanti dell’imprenditoria pubblica e privata. Seppe cioè raccogliere e interpretare l’ansia del nuovo che già da allora attraversava l’Italia: lo fece con un tempismo e una lucidità irripetibili. Impose il dibattito, il ragionamento anche a chi era refrattario verso ogni rinnovamento istituzionale. Altro che nostalgia! È stato, questo della Nuova Repubblica, il suo contributo finale, forse il più alto, a questo Paese al quale ha dedicato tutta la vita. La vita di un grande italiano.
Massimo Magliaro

Seduta del 4 giugno 1948

Il difficile esordio
nella Camera dell’ 48

ALMIRANTE. Onorevoli colleghi, al termine delle sue lunghe, minuziose e consentitemi la parola -gelide dichiarazioni, il Capo del Governo ha cortesemente detto che dalla discussione che oggi si inizia in questa Assemblea egli attende un contributo di forza, di autorità e di consigli. Ahimé! Non soltanto perché io sono fra i primissimi a prendere la parola fra i deputati che non fanno parte della coalizione governativa, ma anche perché sono nuovo a questo ambiente e a questi dibattiti, io temo davvero di non potere dare un contributo di forza né di d’ autorità e temo anche che il Capo del Governo non ascolterebbe il mio consiglio.

Ho però una presunzione: quella di potere ispirare a lui ed a quest’Assemblea, che così spesso si dimostra faziosa e così spesso, purtroppo, si dimentica del paese, di potere, dico, ispirare una speranza: la speranza cioè, che anche qui dentro si possa svolgere un’opposizione serena, un’opposizione intonata soltanto agli interessi dell’Italia, nel nome dei quali il Movimento sociale italiano intenderà battersi sempre.

Premetto che non mi occuperò della parte sociale, economica e finanziaria, trattata dal Presidente del Consiglio, in quanto su questo argomento vi intratterrà uno dei miei colleghi

Noi non siamo onniscienti e non abbiamo la ventura di avere nel nostro Movimento uno di quei capi a tutto fare, che sono la delizia di altri partiti.

In primo luogo, ho da fare un rilievo di carattere generale.

Nel discorso del Presidente del Consiglio ho rilevato una singolare assenza di principi; vi ho individuato molte formule, ma non sono riuscito ad individuare un programma.
Mi sono venuti in soccorso quei giornali, che si chiamano indipendenti e che, come sapete, non nascondono le loro simpatie vivissime per il partito di maggioranza. Essi hanno spiegato che si trattava di un discorso tecnico. È esatto. Ma voi sapete che la tecnica non è un fine; è un mezzo, è uno strumento. Voi sapete che, usando lo stesso strumento, il modesto vassallo lavora la creta e ne fa degli umili utensili, mentre l’abile artefice, con la stessa creta fa deliziose e delicatissime anfore. Leggendo attentamente le dichiarazioni del presidente del Consiglio, io mi domandavo assai spesso se mi trovassi di fronte al vasaio o all’artista.
I giornali indipendenti, di cui parlavo prima, mi sono venuti anche a soccorrere dandomi un’altra spiegazione e dicendomi: «Attendete il Governo alla prova; aspettate i fatti; i fatti verranno». Esatto anche questo. È chiaro: noi attendiamo il Governo alla prova. Ma il Governo alla prova lo avremmo atteso in ogni caso, anche se le dichiarazioni del Presidente del Consiglio fossero state più esaurienti. Piuttosto, la spiegazione vera io l’ ho trovata nello stesso discorso del Presidente del Consiglio, quando all’inizio egli ci ha spiegato quale è stata la formula con cui ha proceduto alla composizione o, meglio, per parlare con questo triste gergo parlamentare, al rimpasto del Governo.

Una voce all’estrema sinistra. Cambio della guardia!

ALMIRANTE. È la solita formula, che conosciamo da tempo: è la formula della conciliazione degli opposti. Di questa formula si è occupato e preoccupato anche il collega che mi ha preceduto. Ma io me ne occupo e preoccupo per ragione diversa.
Egli ha espresso la preoccupazione che si faccia troppo dirigismo; io esprimo la preoccupazione che non si diriga nulla, che si faccia del nullismo. Sulla barca governativa sono stati accolti dei remiganti i quali indubbiamente vogliono remare in direzioni opposte: al centro di questa barca l’onorevole De Gasperi ha innalzato una bianca vela, la vela del progressismo e dell’ innovazione; giacché ci ha comunicato nel suo discorso che la Democrazia cristiana è un partito innovatore e progressista. Ma noi temiamo fortemente che, remando gli uni in un senso e gli altri nell’altro e mancando purtroppo ancora il buon vento degli effettivi del paese, la barca si areni nelle solite secche. Temiamo fortemente di sentir dire ancora una volta che il cambio della moneta si doveva fare, ma non si è potuto fare per ragioni di Governo, che la riforma agraria si doveva fare, ma non si è potuta fare per ragioni di Governo, che la riforma industriale si doveva fare, ma non si è potuta fare per ragioni di Governo.
Noi temiamo fortemente che si parli ancora una volta delle ragioni di Governo, delle ragioni di partito, delle ragioni di Parlamento e ci si dimentichi- come spesso accade delle ragioni del paese che ci guarda ed attende da noi una parola di fede,di speranza; che vuole che noi lavoriamo per lui, perchè è il paese che ci ha mandato qui.
Io temo fortemente che i malanni, che nei tempi passati ci procurarono le esarchie e le triarchie,si ripetono con questa tetrachia : sono i malanni della coabitazione, che gli italiani, ahimè, ben conoscono. Io capisco perfettamente che per l’onorevole De Gasperi sia molto più gradevole coabitare con l’onorevole Saragat e con l’onorevole Giovannini, che sono persone distinte e ben educate, piuttosto che con gli onorevoli Nenni e Togliatti,con i quali non andavano troppo d’accordo. Ma non è questo che c’interessa che non si coabiti più e che si lavori in un determinato senso e ci si dica dove si vuol portare questa famosa navicella governativa.
La Democrazia cristiana ha raccolto suffragi importanti: ha una grossa responsabilità e deve rispondere di questa responsabilità. Il paese esige che l’epoca dell’irresponsabilità cessi definitivamente, perché troppi danni ci hanno già arrecato.
Veramente, almeno un principio è stato affermato dall’onorevole De Gasperi: quello della democrazia rispettata. Dopo la democrazia occidentale e quell’orientale, dopo la democrazia diretta, tanto cara all’onorevole Togliatti, abbiamo imparato cosi una nuova definizione della democrazia, in attesa di apprendere e di vedere in atto finalmente la democrazia senza aggettivi; o, se un aggettivo vogliono darle, perché non chiamarla democrazia amata e perché non farla finalmente amare dal popolo?
Infatti rinnovando e aggiornando un motto celebre, si potrebbe veramente dire: o democrazia, quanti delitti ed errori sono stati commessi in tuo nome in questo dopoguerra! Per evitare altri errori l’ onorevole De Gasperi ha indicato il sistema, dicendo che vuol rafforzare l’autorità dello stato.
Sta bene. Vorremmo però sapere qualcosa circa la riforma della burocrazia civile, alla quale ha accennato e che è tanto importante sempre a questo riguardo, egli ha detto che vuole l’autodisciplina dei partiti. Mi permetta di osservare che si pecca un pochino d’ ingenuità,quando si chiede l’autodisciplina agli odierni partiti italiani, che non hanno nemmeno la disciplina. Si tratterà, piuttosto, di far valere sul serio i principi della Costituzione e di far sì che i partiti e le assemblee e gli organi di Governo siano effettivamente rappresentativi della volontà popolare e non di quella di ristrette minoranze oligarchiche.
Il Presidente del Consiglio ha parlato della necessità di disarmare il paese. Siamo d’accordo, anzi invitiamo il Governo a fare veramente sul serio. Qualche tempo fa il capo di un partito disse scherzosamente ad un giornalista che per fare la rivoluzione gli occorrevano mille mitra.
Le impressionanti statistiche citate dal Presidente del Consiglio ci hanno fatto sapere che v’erano 876 di più, perché 1876 ne sono stati già sequestrati nel breve periodo di tempo che egli ci ha citato.Ringraziamo dunque iddio che ci ha evitato la rivoluzione.

Ma stiamo in guardia. Ci narra Lamartine che in una sola notte le autorità rivoluzionarie francesi seppero disarmare Parigi che brulicava d’ armi clandestine. Noi sappiamo che l’onorevole Scelba non è Danton, e credo che questo faccia piacere anche all’onorevole Togliatti,come fa piacere a tutti noi.
E’ il caso tuttavia di prendere molto sul serio quest’ argomento,molto più sul serio di quanto esso non sia stato preso sinora, perché ci siamo trovati molte volte- ed il Governo lo sa benissimo- sull’orlo di un precipizio.
Il Presidente del Consiglio ha parlato di rispetto dei diritti costituzionali.
Siamo d’accordo anche in questo. non vorremmo però si dimenticasse quel provvidenziale articolo 138 della Costituzione nel quale si parla della possibilità di rivedere il testo costituzionale.
Voi sapete benissimo in quale clima di compromesso e di faziosità è nata questa Costituzione.
Voi sapete benissimo- e lo ha confessato la stampa di tutti i partiti- che il testo costituzionale risente di quel clima. bisogna che di questo l’Assemblea legislativa abbia piena coscienza.
E un argomento sul quale ritorneremo, limitandoci, perora a sfiorare un aspetto.
Il Presidente del Consiglio ha sorvolato sul problema dell’Ente Regione, tranne un breve cenno a proposito della riforma agraria. Non so se egli abbia evitato l’argomento appositivamente.
Spero che sia così, altrimenti debbo rilevare che con la costituzione dell’Ente Regione si minaccia, in maniera forse irreparabile, l’unità del paese.
A proposito di tale unità,il Presidente del Consiglio ci ha parlato dell’esercito e, con una felice ripetizione, egli ha detto che l’esercito è la difesa vivente di un paese cui sono state tolte le difese. Si, l’esercito è vivente; vivente, però, non soltanto nell’attimo che passa, vivente non soltanto con quello che sono le sue schiere ridotte d’ oggi,ma con tutti i suoi vivi ed i suoi morti, vivente nel tempo con le sue tradizioni gloriose, vivente nei reduci e nei profughi.
Di questo il Presidente del Consiglio non si è ricordato e noi ce ne rammarichiamo. E’ un problema tremendo, è un problema angoscioso. Si dirà che i precedenti Governi hanno fatto molto per i reduci e per i profughi, si dirà che hanno speso molto denaro e si citeranno le solite statistiche.
A quelle statistiche io non risponderò con altre statistiche, ma risponderò con le lacrime,con le sofferenze, col dolore che tuttora si sprigiona dalle migliaia e migliaia di reduci senza lavoro,di profughi senza tetto. Da questo punto di vista noi chiediamo al Governo garanzie precise e definitive, chiediamo che si dia inizio ad un’effettiva politica, non dirò di assistenza.
Perché la parola suonerebbe offesa sono essi che ci hanno assistiti quando la Patria era in pericolo, ma di comprensione nei riguardi dei reduci e dei profughi. Essi devono essere sempre, in ogni in ogni istante, il nostro primo pensiero.
A proposito dell’esercito, è forse sfuggita al Presidente del Consiglio una frase pericolosa. Non vorrei dare l’impressione di fare qui questione di parole, ma egli ha detto che l’esercito darà prova di «lealtà verso il regime voluto dal popolo».
Avrei preferito che egli dicesse che l’esercito darà prova di fedeltà alla Nazione.

Non vorrei che si preparassero nuovi casi Tamagnini per l’avvenire.
Sempre a proposito dell’esercito, il Presidente del Consiglio dei Ministri ha, molto giustamente, parlato delle nostre tradizioni. Ora, tra queste tradizioni ve n’è una che forse si eleva sopra tutte le altre: è la nostra tradizione coloniale. Anzi, questa parola è inadeguata, direi piuttosto: «La nostra tradizione civile», perché noi non abbiamo colonizzato, ma abbiamo civilizzato. Non siamo stati dei coloni, ma dei pionieri.
Ora, da questo punto di vista le dichiarazioni dell’onorevole De Gasperi sono state veramente insoddisfacenti per noi. Egli ha detto che i nostri lavoratori e le nostre imprese andranno in Africa centrale per conto degli inglesi e d’altri imprecisati.
Quanto, poi ai nostri diritti sulle nostre terre africane, egli si è limitato ad esprimere un po’ vagamente la speranza che tali diritti siano in qualche modo tenuti presenti.
Debbo dire che non è questo il linguaggio che il popolo italiano attende dal Presidente del Consiglio.
Badate, io non voglio affatto fare delle affermazioni retoriche. Mi rendo conto delle tremende difficoltà e degli angosciosi problemi che si presentano a coloro che hanno oggi il timone della politica italiana. Ma non bisogna esagerare: è ancora caldo il sangue degli italiani caduti a Mogadiscio per colpa e per responsabilità degli inglesi.
Il popolo italiano non ha avuto ancora soddisfazione: e già si parla di mandare dei lavoratori italiani a lavorare nell’ Africa centrale per conto degli inglesi e di altri imprecisati. Dove, di grazia? Con quali garanzie? Forse nelle terre dove nessun uomo bianco può avventurarsi, perché ci si muore?
E se veramente gli inglesi vogliono il contributo del lavoro italiano in Africa, per quale ragione essi non vogliono che i lavoratori italiani si rechino nel Gebel cirenaico che fu fecondato dal nostro lavoro, che aspetta il nostro lavoro?
Perché, se al principio del secolo si parlava di «mal d’Africa», oggi si può parlare veramente di «mal d’Italia». Come si diceva un tempo che noi volevamo l’Africa, oggi si può dire che l’Africa ha bisogno di noi, che è l’Africa che vuole noi e il nostro lavoro.
È accaduto quello che non era mai successo nella storia coloniale di tutti i popoli e di tutti i tempi: è accaduto che commissioni d’ indigeni hanno richiesto insistentemente il ritorno di una potenza occupante, di una sola potenza occupante: l’Italia!
Questa è una grande vittoria del popolo italiano, della civiltà italiana; dirò di più, è l’unica grande vittoria civile che sia stata celebrata in questo odioso dopoguerra, in cui i cosiddetti vincitori hanno dimostrato di aver veramente perduto la partita, perché hanno perduto la pace.
Di questa vittoria, di questa vittoria italiana il Governo si deve fare arma e strumento per agire sull’opinione pubblica internazionale e per reclamare dignitosamente, ma fermamente, i nostri diritti africani.
A questo argomento se ne collega un altro, in maniera diretta: la revisione del diktat. La pattuglia del Movimento sociale italiano ha l’onore di annoverare nelle sue file uno dei pochissimi deputati che l’anno scorso in quest’ Aula si opposero alla rettifica, l’unico che si oppose alla firma: l’onorevole Russo Perez. Un anno fa gli fu detto che bisognava firmare subito, perché altrimenti l’Italia non sarebbe potuta entrare nell’O.N.U.: è trascorso un anno, e l’Italia nell’O.N.U. non è entrata. Anche da questo punto di vista le dichiarazioni del Presidente del Consiglio non sono soddisfacenti.
Egli ci ha detto che alla formula della revisione formale ed integrale è per ora da preferirsi la formula della revisione rapida ed elastica. Sono due strani aggettivi.
Io vi prego di andare a dire ad un triestino, ad un istriano, che la revisione è rapida.
Sì, è vero, dieci, venti, cinquant’anni di storia sono nulla per un popolo; ma per chi soffre un’ora è anche di troppo, e ci sono molti, troppi italiani che stanno soffrendo in seguito alla firma del trattato di pace. Pensiamo a loro e non sempre alle solite ragioni politiche, alle solite ragioni di Stato.
Quanto, poi, alla revisione elastica, mi rimetto all’Assemblea per il giudizio che essa può dare sulla validità di quest’enigmatico aggettivo.
Quanto ha detto il Presidente del Consiglio in materia di politica estera, di uniformi doganali, di possibilità d’ intesa con i Paesi dell’Europa occidentale deve essere, a nostro parere, assoggettato a questo fondamentale argomento: revisione del Trattato di pace; partecipare, sì, a tutte le intese; partecipare, sì, a tutte le unioni, ma sul piede di parità. Altrimenti, se il nostro destino deve essere ancora quello di colonia o di semicolonia, sono inutili le belle formule. Esse non servono a mascherare una realtà di fatto.
Noi dobbiamo reclamare giustizia per gli italiani nel mondo, perché, senza la giustizia per gli italiani, nel mondo non vi può essere la pace. Siete proprio voi, partito di maggioranza, che lo sapete e lo proclamate: opus justitiae pax. Ma questo non può avvenire soltanto di fronte all’estero: questo deve avvenire all’interno. Deve esservi giustizia all’interno e, perché giustizia vi sia, deve esservi parità all’interno, parità di diritti tra tutti gli italiani di buona volontà.
Il Presidente del Consiglio ha avuto un merito: quello di affrontare l’arduo tema della pacificazione durante il suo discorso. Veramente, ho detto troppo: egli non lo ha affrontato, lo ha semplicemente sfiorato. Citerò al riguardo, molto brevemente, qualche parola scritta o detta da autorevoli personalità che fanno parte di questa Assemblea: «…i principi democratici -scrivono due personaggi che voi conoscete- secondo i quali nessuna discriminazione deve esser fatta tra i cittadini per le loro opinioni politiche o sociali». Queste parole -forse vi stupirà -si leggono in una interrogazione presentata oggi alla Camera dall’onorevole Togliatti e dall’onorevole Gian Carlo Pajetta. È vero che tale interrogazione si riferisce alla democrazia americana; ma credo di poter affermare che questi principi debbano ovunque ritenersi validi.
Ma voglio citarvi un’altra frase: «Basta dunque con le rappresaglie! Bisogna arrivare ad un’equa giustizia da tutte le parti, alla giustizia per tutti, anche per esempio per tutti i delitti politici, per tutte le ingiustizie politiche che si siano potute deplorare in passato». Queste parole sono ancora più impegnative e importanti perché le pronunciò lo stesso Presidente del Consiglio, onorevole De Gasperi, a Genova, in un suo discorso elettorale, l’11 aprile. Spero di non essere stato indiscreto citando frasi elettorali, perché sono sicuro che l’onorevole Presidente del Consiglio, il quale parlava anche allora in qualità di Presidente del Consiglio, non vorrà smentirle; perché il popolo italiano lo ha rieletto anche per questo, anzi soprattutto per questo.
Mi conforta dunque la speranza che si vorranno cancellare una buona volta quegli obbrobri che passano sotto il nome di leggi eccezionali. Mi conforta, dicevo, questa speranza, perché è una voce che sento ormai levata spesso dalla stampa italiana: e non solo da quella cosiddetta indipendente, ma anche da organi di partito.
lo non intendo, onorevoli colleghi, affrontare ora una disquisizione giuridica, ma mi permetto semplicemente di dire che la stessa formula di «leggi eccezionali» è insostenibile perché, se sono eccezionali, non hanno qualità di legge e in questo caso l’eccezione non conferma la regola, ma la uccide. La Costituzione esclude la possibilità di leggi retroattive. Ci sono però le cosiddette disposizioni transitorie; e allora il problema si riduce a questo: vogliamo vivere eternamente in uno stato provvisorio, vogliamo camminare sempre sull’orlo dell’abisso, o vogliamo veramente, una buona volta, avviarci verso la grande pianura del progresso e della ricostruzione?
Si dice che si tratta di questione irrilevante, si dice che si tratta di pochissimi detenuti…

GRASSI, Ministro di grazia e giustizia. Sono circa duemila.

ALMIRANTE. …ma debbo rilevare che quando si chiedono dati precisi al Ministero della giustizia, questi dati non si riesce ad averli; debbo rilevare con stupore che lo stesso Istituto di statistica non ha dati precisi e, soprattutto, non ha dati riferentisi ai singoli cosiddetti reati. lo quindi non so se questi detenuti siano pochi o molti; ma quand’anche, come dice l’onorevole Ministro Grassi,–‘essi siano soltanto duemila, ebbene: per chiudere in galera duemila persone, vi pare opportuno e giusto tenere in piedi questa spaventevole bardatura di leggi eccezionali? Quand’anche ci fosse una sola madre, quand’anche ci fosse una sola moglie o una sola sorella a piangere, queste lacrime basterebbero a disonorare un Paese.

CAPPUGI. Venti anni di fascismo! Le leggi eccezionali chi le ha fatte?

MIEVILLE.Io stavo a combattere.

CAPPUGI. Non è il pulpito adatto per questa predica.

ALMIRANTE. Se poi queste leggi riguardassero molte persone, allora il permanere delle stesse sarebbe evidentemente un insulto alla democrazia. Quindi, tanto nell’un caso quanto nell’altro è necessario e urgente abolirle .

TOGLIATTI. Chiede la carità!

ALMIRANTE. Non chiedo la carità, onorevole Togliatti, io parlo in nome dell’Italia che ha troppo sofferto.

Una voce all’estrema sinistra. Parla in nome dei fascisti, non dell’Italia!

ROBERTI. Da qualunque parte si dica, è sempre la verità, onorevole Togliatti!

CAPPUGI. Ci vuole un po’ di pudore!

ALMIRANTE. Avete ucciso la democrazia.

Una voce al centro. Con quale coraggio parlate voi di democrazia?

TOGLIATTI. Abbiate il coraggio di stare in carcere quando vi tocca!

ALMIRANTE. Si dice da alcuni che vi sono ragioni internazionali che ci vietano di abolire le leggi eccezionali. Non è vero. Queste ragioni esistevano con l’armistizio; col trattato di pace non esistono più: esso all’articolo 15 considera soltanto il caso dei criminali di guerra e non le leggi di carattere eccezionale.
Colui che qualche anno fa innalzò questo tempio d’ingiustizia ebbe a chiamarlo «tempio, tetrastilo», usando una formula greca, forse perché alla lingua latina, la lingua del diritto, ripugnava una definizione di questo genere. Oggi questo tempio a quattro colonne o è crollato o sta crollando; ma sotto le macerie troppa gente ancora soffre, troppi italiani soffrono. Si teme forse che essi possano, come diceva il Presidente del Consiglio, rientrare nella famosa spirale della vendetta. Non è vero: essi l’ hanno spezzata, essi vogliono rientrare nel circolo degli affetti familiari, essi vogliono lavorare per l’Italia.
Con questo auspicio, o colleghi -che finalmente si possa lavorare per l’Italia in un’atmosfera veramente pacifica e pacificata -il Movimento sociale italiano inizia la sua attività parlamentare, che sempre condurrà da questo punto di vista e con questo preciso intento. Non importa che la nostra pattuglia sia ristretta: è grande il nostro cuore d’ italiani!

QUARANT’ANNI PER L’ITALIA
Seduta del 21 aprile 1987

Seduta del 21 aprile 1987

L’ultimo intervento
(governo Fanfani)

ALMIRANTE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, fino al pomeriggio di ieri, cioè fino al suo discorso introduttivo, signor Presidente del Consiglio, ed ai relativi commenti autorevoli, circolavano negli ambulacri di Montecitorio, e credo anche di Palazzo Madama, due sospetti. Il primo sospetto riguardava noi ed il nostro comportamento. Si parlava cioè di un complotto, di una congiura, di un’intesa di centro-destra (Movimento sociale italiano, Democrazia Cristiana e Presidente del Consiglio) per renderle più lieve il compito, per accompagnarla cortesemente sino al decesso rapido dell’attuale Governo per poi celebrare, anche con il suo concorso, le elezioni politiche anticipate. Fino ah ieri circolava (e continua a circolare, almeno per quel che riguarda le mie modeste informazioni) un altro sospetto: quello di una intesa di centro-sinistra, fino all’estrema sinistra, per lasciar cadere il discorso delle elezioni anticipate, per porre invece con fermezza il discorso delle consultazioni referendarie. E questo secondo sospetto avrebbe comportato e comporterebbe un’intesa, lo ripeto, fino all’estrema sinistra, un’intesa che, in questo momento, sembra codificata e rappresentata (non so se posso dire «autorevolmente», ma certo con molta insistenza) dall’onorevole Pannella. Le mie condoglianze, signor Presidente del Consiglio, perché dopo tanti anni di carriera politica ricevere la fiducia solitaria dell’onorevole Pannella non credo che le possa piacere troppo, la possa qualificare ulteriormente…

RUTELLI. Dopo un ventennio può capitare anche questo!

ALMIRANTE. Può capitare tutto e può capitare anche questo. Anzi sta capitando anche questo…

RUTELLI. Questi sono i nostri ventenni, non i vostri!

ALMIRANTE. Non ho bisogno di ricorrere a citazioni: ho qui davanti a me Notizie radicali, in cui l’atteggiamento pro Fanfani da parte dell’onorevole Pannella e del gruppo radicale…

STANZANI GHEDINI. Il riferimento era al funerale.

ALMIRANTE. Auguri! Presidente, faccia gli scongiuri! lo li faccio anche per conto suo e di tutti i colleghi, senza alcuna eccezione. Esibisco un mio argomento: si tratta di una minima alzata nel saluto romano ma contratta nella preghiera che tutti ci accomuna.
Dopo il suo discorso di ieri, signor Presidente del Consiglio, dopo i primi autorevoli commenti, le prime prese di posizione, credo che del primo sospetto non sia più il caso di parlare, almeno per quanto ci riguarda e per quanto mi riguarda personalmente come segretario del Movimento sociale italiano tutto intero e, ovviamente, a nome del gruppo che mi onora in questo momento con la sua folta presenza, io ripeto quello che stiamo dicendo con chiarezza da parecchi giorni a questa parte, anche dinanzi agli schermi televisivi: noi voteremo sfiducia nei suoi confronti, signor Presidente del Consiglio, e nei confronti del Governo che lei presiede. Credo che non se ne meraviglierà, perché la nostra coerenza all’opposizione non è mai stata offuscata (e ritengo di poterlo dire).
Questa essendo la nostra posizione, è assurdo parlare, come qualcuno sta facendo, di un’intesa (si figuri…) fra Democrazia cristiana, Partito comunista e Movimento sociale italiano. Non aspiro e non aspiriamo a combinazioni di questo genere, che non ci offendono ma che sono fuori della realtà.

FANFANI, Sarebbe un incontro ecumenico!

BIONDI. Sarebbe uno e trino…

ALMIRANTE. Non sarebbe affatto ecumenico, a meno che lei, senatore Fanfani, non si assuma la parte di pontefice. Con un suo pontificato, e non con una sua regia parlamentare, può darsi che si possa arrivare persino a risultati di quel genere, che comunque sono fuori della realtà politica e concettuale in questo momento. Sicché, a nome di tutto il Movimento sociale italiano-Destra nazionale, confermo la nostra sfiducia a questo Governo.
Voglio anche dire con assoluta sincerità, onorevole Fanfani, che due aspetti della sua impostazione ci sono sembrati positivi: prima di tutto la riduzione abbastanza consistente del numero dei ministri e dei sottosegretari; secondariamente l’ingresso nel Governo, per sua volontà, di un gruppo rispettabilissimo (che ella ha ringraziato per la generosità dei singoli e dell’insieme) di tecnici e di competenti.
Tuttavia, nei confronti di queste due valutazioni desidero essere più schietto e completo possibile, per rilevare che non ci facciamo alcuna illusione a proposito della riduzione del numero dei ministri e dei sottosegretari. Non appena si passerà, dopo le elezioni politiche, al nuovo Governo, penso che la partitocrazia nostrana seguirà le norme che sta seguendo da più di quarant’anni. Ricordo come sono cominciate tali vicende; allora le leggevo sui giornali, non ero ancora entrato in Parlamento. Lei, onorevole Fanfani, era già membro della Costituente; sa, quindi, e meglio di me ricorda come nacque, numericamente, il primo
Governo del CLN: tre per sei fa diciotto (si riteneva infatti che fossero sei i partiti del CLN). Quando, poi, vi fu la consultazione elettorale ed i partiti del Comitato di liberazione nazionale diventarono tre, giacché gli altri non furono in grado di portare neppure un eletto in Parlamento (il che dimostra l’assoluta inconsistenza di quelle formazioni politiche, dal punto di vista democratico) si fece, allora, semplicemente sei per diciotto (come prima si era fatto tre per sei diciotto), e tanti rimasero i ministri. Successivamente il loro numero si è sempre andato estendendo.
Una delle proposte, non certamente la più importante, che noi porteremo avanti (ne parlerò fra poco) nel nostro progetto di revisione integrale della Costituzione della Repubblica italiana, sarà quella di riformare la Presidenza italiana, sarà quella di riformare la Presidenza del Consiglio nel suo funzionamento, e quella relativa al numero dei ministri e dei sottosegretari, onde fissare una volta tanto, finalmente, il loro numero e non esporsi più a soluzioni ad organetto, come questa che, per fortuna, è riduttiva, a differenza di quasi tutte le precedenti, estensive. Il fatto che ella abbia portato un numero inferiore al solito di ministri e sottosegretari rappresenta, senza dubbio, una sua benemerenza nei confronti della nazione italiana.
Sappiamo tuttavia benissimo che non ne ha nominati di più perché non poteva farlo, come pure sappiamo altrettanto bene che gli ex ministri democristiani sono rimasti tutti attaccati alle loro poltrone, tranne qualche rarissimo caso. Così dicasi anche per quanto riguarda le competenze tecniche. Le dico sorridendo (non si offenda, onorevole Presidente del Consiglio) che si tratta di una sorridente vendetta della storia che, quando vuole sorridere, dà le sue lezioni in maniera accettabile. Lei ha dimenticato (ha fatto bene dal suo punto di vista) le lezioni di dottrina corporativa che una volta impartiva a giovani che non sapevano, come lei stesso, del resto, quale sarebbe stato l’avvenire. Adesso, quel tantino di corporativismo che si è riusciti a mettere in atto lo ha realizzato come Presidente di questo Governo, utilizzando talune competenze. Il matrimonio fra tecnica, competenza e politica è tipico della concezione corporativa; lo dico in senso positivo e non deteriore.
Mi è dispiaciuto che proprio lei, onorevole Fanfani, abbia ripreso la solita espressione di «le spinte corporative». Lei sa benissimo che il corporativismo fu una cosa, comunque giudicabile, ben più seria e profonda delle battutine tardive, e nel suo caso molto tardive. Me ne dispiace… Non me ne compiaccio certamente.

FANFANI, Le «spinte» cui mi sono riferito sono relative alle corporazioni medioevali.. .

ALMIRANTE. Se è al medioevo che facciamo riferimento, è cosa diversa. Lei di medioevo si intende…

BIONDI. Le corporazioni del medioevo erano cosa seria! Dante Alighieri si iscrisse a quella dei medici e speziali, una sorta d’ USL dell’epoca…!

ALMIRANTE. Francamente, benché anziano come lei dice, benché vecchio come dico io, fino al medioevo sono in grado di arrivare. I miei complimenti, comunque, per la continuità, dal medioevo fino ai nostri giorni.
Neanche questo secondo aspetto, che sembra essere positivo, lo è in realtà, nel senso di far mutare il nostro atteggiamento nei confronti del Governo. Lei, onoravo le Fanfani, ha trovato la generosa adesione di uomini, di tecnici, di scienziati che sanno benissimo che breve sarà la loro avventura governativa. Mi complimento per questo relativo successo, anche se è stata fatta qualche confusione: vediamo, per esempio, un entomologo dirigere la politica del turismo

FANFANI,Ha letto male! L’entomologo è destinato alla conservazione della natura.

BIONDI. Un po’ di turismo ci vuole anche in questo caso.

ALMIRANTE. Comunque, non avevo detto cosa veramente sbagliata: mi sembra di aver notato qualche confusione, come l’ hanno notata i giornali, per quanto si riferisce alle attribuzioni di cosiddetta tecnica e di cosiddetta competenza. Comunque, evviva i tecnici ed i competenti, in questo che finora è stato il regno dell’incompetenza, in quasi tutti i suoi settori.
Procediamo ulteriormente nel giudizio su questo Governo e su questa situazione. lo mi permetto di far rilevare (e questo è il concetto al quale più di tutto teniamo noi missini) che non ci troviamo, in realtà, di fronte ad una crisi di Governo o ad una crisi di maggioranza e di Governo: ci troviamo, invece, di fronte ad una crisi di sistema e di regime. La realtà è che tutte le istituzioni sono in crisi. Lo hanno di mostrato e lo stanno dimostrando ampiamente le recenti e rabbiose polemiche, che non si erano mai verificate in passato e che sono un fatto nuovo, doloroso e grave per tutti noi, come cittadini di questa Repubblica: alludo alle polemiche tra il Presidente della Repubblica e (in quel momento) il Presidente del Consiglio.
Non voglio stabilire se avesse ragione l’uno o l’altro, anche se molto probabilmente il Presidente del Consiglio si è lasciato trascinare dal suo temperamento, spesso incompatibile con le norme della buona educazione cosiddetta democratica. Comunque, sta di fatto che siamo di fronte ad una crisi di sistemi e di regime.
Non è la prima volta che lo diciamo: ci siamo onorati di dirlo da diversi anni a questa parte. Qualcosa comincia finalmente a tradursi in realtà. Lo stesso onorevole Craxi ha fatto propria (senza naturalmente citare la fonte: ma non ha alcuna importanza)una delle tesi da noi sostenute, cioè le necessità che il Presidente della Repubblica sia eletto direttamente dal popolo. Gruppi parlamentari come quello socialdemocratico
hanno presentato abbastanza recentemente proposte di legge per l’elezione diretta del sindaco: e non si tratta di una riforma meno importante della precedente, anzi in qualche modo si può dire che sia addirittura più importante. Si sta, molto lentamente e faticosamente, determinando una coscienza popolare sulla necessità di riformare il sistema. Così, appunto, il Movimento sociale italiano-Destra nazionale qualifica la sua azione di opposizione. Non stiamo chiedendo le elezioni politiche anticipate per elettoralite acute. Non stiamo chiedendo (ho il coraggio di ammetterlo di fronte ai miei carissimi colleghi) le elezioni anticipate perché siamo matematica mente certi di migliorare le nostre posizioni. Stiamo chiedendo le elezioni anticipate per cominciare a dar luogo ad un rinnovamento globale della Costituzione.
Non vi offendete, non prendetevela a male. Quello che sto dicendo non vuol essere affatto provocatorio, anche se mi rendo conto che può sembrarlo. Bisogna che tutti prendano atto che la Repubblica nata dalla Resistenza è morta e bisogna celebrarne i funerali. Non lo dico polemicamente. Mi rendo conto che è difficile, per ciascuno di voi, almeno per coloro che hanno militato nei ranghi della Resistenza, accettare un simile discorso: ma io lo faccio egualmente.
Quando noi anziani (o noi vecchi), che siamo giustamente legati alle nostre memorie ed alle nostre vecchie tradizioni, parliamo un linguaggio che ci sembra attuale e che invece attuale non è, quando voi insistete a proposito dei valori della Resistenza ed io insisto sui contrapposti valori della Repubblica sociale italiana, io vi dico che non sono disponibile a cedere su questo piano: non sono disponibile a rinnegare; e ricordo a me stesso che il vecchio motto del Movimento sociale italiano fu inventato da Augusto De Marsanich, che fu splendido segretario del partito e che insegnò nella sua esperienza, nella sua pulizia, nella sua estrema correttezza morale, nella sua grande capacità politica, a non rinnegare e a non restaurare. Non siamo disponibili per rinnegare; ma (abbiamo dato l’esempio, e continuiamo a darlo) siamo capaci di non restaurare. La nostra non è una tradizione che pigramente pensiamo di poter inserire immutata nel presente e nell’avvenire del nostro paese. Noi pensiamo di rinnovare noi stessi, di dare esempio di capacità di rinnovamento da parte nostra; pensiamo che sia venuta l’ora per riconoscerci in una Repubblica diversa, adeguata alle necessità dei tempi, in una Repubblica che sappia davvero rappresentare il punto di incontro tra tutti gli italiani.
Lo posso affermare con assoluta anzianità di proposta, perché, onorevole Presidente del Consiglio, non pretendo che lei possa ricordarsi delle antiche proposte del Movimento sociale italiano, quando era ancora, come dicevate tutti quanti deridendoci, forse anche giustamente, il movimentino senza importanza; ma quel movimento senza importanza tanti anni fa, quarant’anni fa, ebbe il coraggio, non appena entrato in quest’aula nel 1948, di proporre (non potevamo fare altro che proporre: eravamo cinque) un referendum sulla Carta costituzionale, che era stata varata senza il concorso del popolo italiano.
Era il 1948, la nostra proposta non fu presa sul serio. Dopo quaranta anni ci risiamo, abbiamo avuto ragione. Non ne siamo lieti, preferiremmo aver avuto torto, preferiremmo che gli istituti (a cominciare dal Presidente della Repubblica fino al Presidente del Consiglio, fino, ripeto, al sindaco di ciascuna città o paese) funzionassero. Gli istituti, però, non funzionano. La crisi che si è determinata nelle scorse settimane ha superato (mi dispiace dover usare termini pesanti) per indecenza tutte le precedenti crisi.
Sui giornali e sui settimanali a grande tiratura sono comparse antologie divertenti, che non voglio ripetere o leggere qui: non voglio approfittare di quanto pubblicato dalla stampa; sono apparse, dicevo, vere e proprie antologie delle parolacce che vi siete scambiati, delle parolacce che si sono scambiati uomini politici di indubbia capacità, di notevole fama, qualche volta anche di una certa popolarità, i quali hanno completamente perduto il controllo di se medesimi e non hanno saputo, non riescono, ad esprimersi in termini civili e corretti perché il male è andato nel profondo. So benissimo che non basterà certamente (perché ci si arriverà) l’elezione popolare del Capo dello Stato per risolvere il problema, però mi fa piacere, non mi di spiace affatto, non temo e non temiamo le concorrenze, cerchiamo le convergenze, quando è possibile cercarle, sui grandi temi ed anche su problemi minori, perché questa è la nostra funzione, questa dovrebbe essere anche la vostra funzione, la funzione di tutto il Parlamento italiano; non ci dispiace affatto, dicevo, se voi raccogliete nel terreno che noi stiamo seminando. Raccogliete pure, Iddio lo voglia, per l’interesse del nostro Paese, ma non è possibile ritenere che con una spolveratina di fiducia in più o in meno si possano risolvere problemi critici, che intaccano la situazione. Lei, senatore Fanfani, ha detto spiritosamente che due parole magiche si sono succedute ed accavallate nelle scorse settimane; la staffetta da un lato e la stabilità nel governare dall’altro; stabilità vantatissima dall’onorevole Craxi e dai suoi colleghi, ai quali ella ha fatto male, se mi permette, a non rispondere che la stabilità ha grande importanza purché sia stabilità nel bene e non stabilità ed insistenza nel male.
Qualche settimana fa abbiamo ascoltato il discorso dell’onorevole Craxi, che doveva essere il discorso di addio e che, invece, è stato semplicemente di arrivederci, nelle sue intenzioni; uno strano e singolare discorso che l’onorevole Craxi ha condotto dalla a alla zeta sul tema della valorizzazione della sua opera, della stabilità del suo Governo, della realizzazione o quasi realizzazione di tutta una serie di riforme, peraltro esistenti solo di nome e non certamente di fatto. Ella ha fatto male, onorevole Presidente del Consiglio, a non rispondere immediatamente che la stabilità, tanto vantata da parte del Presidente del Consiglio del precedente Governo, in realtà non ha portato alla soluzione di alcun problema, fra i tanti gravissimi che purtroppo continuano ad affliggere il nostro paese, a cominciare dal problema della disoccupazione, e di quella giovanile in particolare.
Stando così le cose, noi vogliamo e ci stiamo comportando in guisa tale da tentare di riuscire a raggiungere questo obiettivo non per noi ma per il popolo italiano, noi vogliamo una campagna elettorale anticipata che sia una vera e propria campagna per una nuova Costituente, non nel senso letterale del termine, ma nel senso vero e sostanziale del termine. Noi vogliamo un Parlamento nuovo, per una nazione nuova, per una Repubblica da rivedere e da revisionare intus et in cute, in modo che non si continui a bamboleggiare, come si sta facendo, tra una dichiarazione di Pannella e l’altra.
Ora, signor Presidente del Consiglio, tutto ciò premesso e ripetendo quello che ho detto poco fa, e cioè che noi amiamo le convergenze e non temiamo le concorrenze, sono costretto a dirle, a seguito del suo discorso di ieri, qualche cosa che è molto spiacevole per me dire e penso che sarà spiacevole per lei ascoltare, ma non posso fame a meno. Non so chi le abbia consigliato, se per caso ella ascolta i consigli di qualcuno, e non lo credo, di fare ricorso alla sua memoria per ricordare come momento felice della sua lunghissima esperienza politica l’estate del 1960, cioè il Governo Tambroni, la caduta di quel Governo, la pugnalata data alle spalle di quel Governo e di quell’uomo, la pugnalata che si tentò di dare alle spalle del Movimento socia le italiano e di tutto ciò che il Movimento sociale italiano rappresentava e continua va a rappresentare. A questo punto però è necessario, e credo che sia anche opportuno, che io le ricordi qualche cosa, perché qualche cosa lei deve aver dimenticato, e me ne dispiace per lei, perché il discorso è molto grave. Ci trovavamo nel giugno-luglio 1960. Il Movimento sociale italiano in quel momento non aveva me come segretario del partito, ma l’onorevole Michelini. Noi non siamo abituati a rinnegare i nostri morti, e le responsabilità di Genova me le assunsi allora e me le assumo dopo tanti anni per ricordarle, signor Presidente del Consiglio, che si tratta di un tema che bisogna affrontare con estrema delicatezza. Prima di tutto perché Genova medaglia d’oro, Genova medaglia d’oro della Resistenza, in quel momento fu prescelta da noi per tenere un congresso, un libero congresso, nostro diritto e nostro dovere, non a fini provocatori, signor Presidente del Consiglio. Non a fini provocatori, perché qualche settimana prima il sindaco democristiano di Genova medaglia d’oro della Resistenza aveva ritenuto di accettare come de terminanti per la possibilità di essere eletto sindaco di quella città i voti dei tre consiglieri missini, ai quali il sindaco democristiano e resistenzialedi Genova, non aveva ritenuto di chiedere particolari abiure o particolari giuramenti, ma ne aveva accettato la collaborazione, che era collaborazione senza condizioni, senza contropartite, che era collaborazione soprattutto in pulizia e senza gli scandali che negli anni successivi hanno sporcato la città di Genova e la città di Torino più di altre città del settentrione d’Italia. In quel momento il Movimento sociale italiano riteneva di tenere il suo congresso nella città del nord che aveva dato al Movimento sociale italiano la più valida tra le soddisfazioni politiche, e non soltanto politiche. Infatti, vedere in Genova, culla della Resistenza, i tre consiglieri missini, con voto richiesto e accettato senza condizioni degradanti, tenere in piedi l’amministrazione, sembrò all’onorevole Nichelini e a tutti noi motivo validissimo per accondiscendere al desiderio dei nostri amici di Genova perché tenessimo nella loro città il nostro congresso. Io c’ero, onorevole Presidente del Consiglio, lei no. Io c’ero il giorno prima che il nostro congresso iniziasse, c’ero quando un’imponente (lo debbo riconoscere) manifestazione sovversiva non popolare, organizzata dal di fuori…

FORNER. Stai zitto!

ALMIRANTE. Sto dicendo esattamente la verità. Può dispiacervi, ma sto dicendo esattamente la verità. Sto dicendo la verità a nome di un partito che in quella occasione ha fatto esemplarmente il suo dovere e sto dicendo la verità a nome di un partito (anticipo, dolorosamente, quello che stavo per dire) che ha avuto in Genova uno dei suoi giovanissimi martiri, Ugo Venturini, il quale è stato fatto fuori a pietrate accanto a me, per salvarmi la vita. Erano pietrate che erano destinate al mio cranio, e che purtroppo sono arrivate al giovane cranio di Ugo Venturini. Dopo i fatti del 1960, per la prima volta tornavo a Genova per tenere una manifestazione; trovai il solito servizio di disordine, trovai forze dell’ordine che purtroppo avevano avuto l’ordine di consentire il disordine. La pelle ce l’ ha rimessa un ragazzo di trentatré anni, Ugo Venturini. Ci permettete di ricordare i nostri morti, ce lo permettete? Perché lo stiamo facendo senza nessuna faziosità, con enorme dolore. Vorrei non pensarci più, vorrei dimenticarmene.
Non mi aspettavo che il Presidente del Consiglio parlasse di quel periodo in tono autoesaltativo, perché la fine dell’onorevole Tambroni, la fine anche fisica del l’onorevole Tambroni fu determinata dalla pugnalata alle spalle che il suo partito gli diede dopo che egli lo aveva servito, e dopo che aveva concordato i nostri voti in questo Parlamento senza alcuna trattativa segreta o riservata, senza alcuna contropartita; unico esempio, il nostro, di partito tradizionalmente all’opposizione che dà il proprio voto gratuitamente: nessuno tra voi, né di sinistra, né di centro ha potuto mai far polemica con noi a questo riguardo. Siamo stati i soli a conferire il voto di fiducia a uomini di Governo come Pella, come Tambroni, come Zoli, come Segni, senza nulla richiedere, dando atto del loro galantomismo e del loro disinteresse, e dando essi atto a noi del nostro galantomismo e del nostro disinteresse. Molto male ha fatto dunque lei a ricordare il 1960, onorevole Presidente del Consiglio, perché io le debbo ricordare il suo discorso del 5 agosto 1960, quando ella beneficiò della caduta del Governo Tambroni e diventò presidente del Consiglio. In quel discorso (onorevole Presidente del Consiglio, non si offenda), che io giudico sciagurato, lei ha giustificato coloro che a Genova avevano mandato all’ospedale in un pomeriggio, il tragico pomeriggio dell’anteprima del nostro congresso, che poi non si poté tenere, 150 tra agenti di polizia e carabinieri. Queste sono verità che furono manifestate dalla cronaca di tutti i giornali, nessuno escluso (anche se, naturalmente, i giornali di sinistra davano le loro versioni,e le loro motivazioni). Nessuna reazione fisica e violenta da parte nostra. Io restai con gli altri dirigenti a Genova finché tutto non fu finito; me ne tornai

Giorgio Almirante- l’uomo che immaginò il futuro-ultima modifica: 2008-04-26T15:28:45+02:00da lukinoge
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